Rinunciare alla privacy per soldi? Il 39% degli utenti è d’accordo

Nonostante la crescente attenzione sulla sicurezza, per non parlare dei recenti scandali sulla privacy, uno su tutti quello di Cambridge Analytica, o la violazione dei dati subita dalla catena di hotel Marriott, oltre un terzo degli utenti online sarebbe disposto a rinunciare alla propria privacy per soldi. Detto altrimenti, più di un terzo di utenti a livello globale permetterebbe l’accesso da parte di sconosciuti ai propri dati personali in cambio di denaro. Almeno, secondo i risultati di un’indagine condotta da Kaspersky Lab, che ha coinvolto 11.887 utenti in tutto il mondo, di cui 458 in Italia.

Il 29% degli italiani è disposto a condividere i propri dati in cambio di qualcosa gratis

Dalla ricerca risulta quindi che più di un terzo delle persone coinvolte nel sondaggio, il 39%, sia a livello globale sia a livello italiano, sarebbe disposto a dare a uno sconosciuto l’accesso totale ai propri dati privati in cambio di denaro. E una persona su cinque a livello globale (18%) afferma di essere disposto a sacrificare la propria privacy, e a condividere i propri dati, pur di poter ottenere in cambio qualcosa a titolo gratuito. In questo caso, la percentuale per l’Italia sale al 29%.

Un terzo degli intervistati più giovani risulta vittima di violazioni dei dati

Del resto, più della metà delle persone che utilizza Internet, il 56% a livello globale, e il 63,5% in Italia, ritiene che potersi garantire una privacy totale sia impossibile nell’attuale mondo digitale. Dall’indagine risulta infatti che oltre un quarto delle persone intervistate, il 26%, ha notato un accesso ai propri dati personali da parte di estranei senza aver dato alcun consenso. Un dato, questo, che raggiunge quasi un terzo degli intervistati (31%) per quanto riguarda la fascia di età fra i 16 e i 24 anni.

Gli uomini sono più attenti alla privacy rispetto alle donne

In ogni caso, riferisce una notizia Ansa, il 62% delle persone afferma di proteggere i propri dispositivi tramite password (il 64% in Italia), e un quarto degli utenti (25%) sceglie addirittura di coprire la propria webcam per proteggere la propria privacy. In Italia sono il 17%.

Quanto a protezione dei propri dati lo studio ha riscontrato poi una differenza di genere. Se un uomo su cinque (21%) sceglie di crittografare, e quindi di rendere segreti i propri dati, solo circa una donna su dieci (11%) afferma di fare altrettanto.

Gli italiani vogliono le etichette climate change sui prodotti

Un marchio o un’etichetta sui cambiamenti climatici, ovvero che descriva come un determinato prodotto sia stato realizzato e se rispetta l’ambiente. Ma anche per misurarne, e poterne ridurre, la relativa impronta di carbonio. Un’etichetta climate change, insomma, da apporre sui prodotti da acquistare quando si va a fare la spesa. È quanto desidera l’85% degli italiani in età adulta, che concorda sull’importanza di poter disporre di un aiuto per consumare in maniera più consapevole. La conferma arriva da una nuova ricerca pubblicata dal Carbon Trust, parte di uno studio globale online su sette nazioni, condotto da YouGov su oltre 1.000 consumatori italiani.

In Italia i livelli più alti di risposte positive

Lo studio ha quindi messo in luce il potenziale effettivo, in termine di vantaggi ottenibili dai brand, di azioni concrete e dimostrabili nell’ambito dei cambiamenti climatici. Rispetto agli altri Paesi esaminati l’Italia ha dimostrato i più elevati livelli di risposte positive rispetto all’introduzione di un marchio sui cambiamenti climatici. Oltre otto persone su dieci (84%), infatti, hanno dichiarato che si sentirebbero orientate più positivamente nei confronti di aziende in grado di dimostrare concretamente il proprio impegno nella riduzione dell’impronta di carbonio generata dai prodotti immessi sul mercato.

E sei italiani su dieci (60%) concordano sull’importanza di essere a conoscenza, prima di procedere all’acquisto, delle azioni intraprese da una determinata azienda nella riduzione delle emissioni di carbonio causate da un loro prodotto.

“In assenza di informazioni affidabili i consumatori non sono in grado di fare scelte migliori”

Tuttavia, vi è ancora un apparente divario tra volontà e azione, dimostrato dal fatto che oltre la metà dei consumatori (55%) nelle decisioni di acquisto non considera l’impronta di carbonio generata da un prodotto. Oltre un terzo degli intervistati (33%), al contrario, afferma di tenerne conto.

“Vi è una vera e propria forza propulsiva dietro a un processo di trasformazione di questo tipo, che si pone l’obiettivo di guidare i consumatori verso un cambiamento delle proprie decisioni di acquisto quotidiane in favore di prodotti a basse emissioni di carbonio – dichiara Hugh Jones, Managing Director, Business Services di Carbon Trust -. In assenza di informazioni affidabili, i consumatori non sono in grado di fare scelte migliori e, come dimostra la ricerca, vi è un aumento dell’interesse alla comprensione circa l’impatto causato dai prodotti sul nostro clima”.

Spendere i propri soldi scegliendo aziende che contrastano il cambiamento climatico

Per questi motivi, riferisce Adnkronos, già nel 2007, il Carbon Trust ha sviluppato uno dei primi marchi per la misurazione delle emissioni di carbonio dei prodotti in vendita. Ciò consente ai consumatori di spendere i propri soldi scegliendo aziende che stanno intraprendendo azioni per contrastare il cambiamento climatico. Carbon Trust è un’azienda globale no profit fondata nel 2001 dal governo inglese per aiutare le organizzazioni a ridurre il proprio impatto atmosferico e favorire la transizione verso un’economia a basse emissioni di gas a effetto serra.

Shopping per bambini, un business da 3,5 miliardi

Nonostante la crisi demografica i consumi delle famiglie italiane per i propri figli restano elevati: nel 2018 gli italiani hanno speso per i bambini quasi 3,5 miliardi di euro. Tra cinema, libri, TV, giocattoli, videogiochi, cartoleria, parchi e acquari, e prodotti da edicola, questo è infatti l’ammontare della spesa per i circa 6,2 milioni di bambini italiani di età compresa tra i 3 e i 13 anni.

Lo ha scoperto Doxa, che ha messo a sistema i valori economici di otto maxi comparti calcolando il solo impatto dei consumi kids.

I giocattoli valgono quasi la metà del mercato kids

Secondo Doxa i giocattoli da soli valgono quasi la metà dell’intero mercato kids (1,6 miliardi di euro nel 2018). C’è però ancora spazio per una crescita, “tanto più che si è trattato di un anno piuttosto difficile, con una flessione del mercato Italia pari all’1%”, assicura Fabrizio Savorani, senior advisor di DoxaKids, la divisione di Doxa dedicata ai più piccoli. Per quanto riguarda i più venduti, il 2018 è stato l’anno delle Playset Dolls, trainate dalle L.O.L Surprise!. Merito loro infatti se il comparto bambole è balzato in cima alla classifica giocattoli, con una quota del 19,3% sul totale. Bene anche i giochi da tavolo e di ruolo, a cui è affidata la sfida della destagionalizzazione. Nel periodo pre-natalizio si gioca infatti la stragrande maggioranza del fatturato.

Parchi e acquari in seconda posizione

In Italia ci sono più di 150 tra parchi tematici, parchi acquatici e parchi faunistici e naturalistici, ai quali si aggiungono oltre 240 tra parchi avventura, acquari e strutture di edutainment. E in seconda posizione sul totale dei consumi kids ci sono proprio i parchi divertimento e gli acquari. Che con uno share del 12% e un giro d’affari di 430 milioni di euro, nel corso del 2018 hanno registrato un totale di 15 milioni di presenze. A farla da padrone è Gardaland, con il collegato Sea Life, seguito da Mirabilandia. Il primo operatore italiano del settore è Costa Edutainment, a cui fanno capo 12 acquari, fra cui l’Acquario di Genova.

Videogiochi, il comparto che cresce di più

Il budget dedicato dagli italiani ai pacchetti kids delle Pay Tv (Sky e Netflix) sfiora i 350 milioni di euro. Ma con un fatturato stimato di 204 milioni di euro, e un balzo del 10% in 12 mesi il comparto davvero in crescita è quello dei videogiochi. Merito della console Switch di Nintendo o della PS4 di Sony, anche se il fenomeno dell’anno è stato Fortnite, il gioco free-to-play, multi-platform e cross-platform di Epic Games. “Va detto che il mondo dei videogiochi è perlopiù adulto – specifica Fabrizio Savorani di DoxaKids -. Stando però alle rilevazioni DoxaKids anche i 5-16enni appassionati di console & co non sono pochi: ben 3,5 milioni di ragazzi e ragazze”.

 

Smart home, un mercato da 380 milioni di euro nel 2018

La crescita del mercato italiano degli smart home è in linea con quello dei principali paesi europei, e nel 2018 ha raggiunto un valore di 380 milioni di euro, in crescita del 52% rispetto al 2017. L’arrivo degli smart home speaker Google Home e Amazon Echo in Italia ha rivoluzionato il mercato della casa connessa: un boom che ha portato investimenti in termini di comunicazione e marketing spingendo le vendite anche di altri oggetti connessi, soprattutto legati al riscaldamento e all’illuminazione. Si tratta di alcuni risultati della ricerca sulla Smart Home dell’Osservatorio Internet of Things della School of Management del Politecnico di Milano, presentata al convegno Smart Home: senti chi parla!.

Il 41% degli italiani possiede almeno un oggetto smart

Il boom degli assistenti vocali, riporta Askanews, ha favorito soprattutto i retailer online e offline, che insieme incidono per il 40% del mercato (in crescita del 160% rispetto al 2017), a scapito della filiera tradizionale (produttori, architetti, costruttori edili, distributori di materiale elettrico e installatori) che mantiene un ruolo di primo piano, ma perde terreno in termini di quote di mercato, passate dal 70% del 2017 al 50% di quest’anno. Insieme al mercato crescono anche il livello di conoscenza e la diffusione degli oggetti connessi nelle case degli italiani. Il 59% di loro ha sentito parlare almeno una volta di casa intelligente e il 41% possiede almeno un oggetto smart, con le soluzioni per sicurezza (come sensori per porte e finestre) in prima posizione

Crescono i finanziamenti degli investitori istituzionali

Un ruolo importante continua a essere giocato dalle startup che sviluppano soluzioni di “casa connessa”. Si moltiplicano poi le collaborazioni con i grandi player e continuano a crescere i finanziamenti erogati dagli investitori istituzionali.

“La filiera tradizionale dei produttori e installatori non è stata per il momento in grado di sfruttare appieno le opportunità offerte dalle nuove soluzioni IoT per la casa, perdendo terreno nei confronti di retailer tradizionali e online, produttori, assicurazioni, utility e telco, che insieme valgono ormai il 50% del mercato”, spiega Angela Tumino, Direttore dell’Osservatorio Internet of Things -. Si intravedono tuttavia alcuni segnali di maggiore integrazione per il futuro”.

Grandi passi avanti, ma ancora molte barriere da superare

“Nonostante i grandi passi in avanti, rimangono ancora numerose barriere da superare – commenta Giulio Salvadori, Direttore dell’Osservatorio Internet of Things -. In primo luogo la comunicazione ai consumatori delle reali potenzialità di utilizzo degli oggetti smart, cresciuta molto con l’ingresso nel mercato degli Ott, ma ancora non adeguata se guardiamo agli altri produttori e ai i piccoli brand. Bisogna poi lavorare sulla formazione degli addetti all’installazione e alla vendita, spesso non in grado di fornire un adeguato supporto all’utente, e sull’offerta di servizi di valore abilitati dagli oggetti connessi. Un’ulteriore sfida per le aziende nel 2019 sarà valorizzare l’enorme mole di dati”, E al tempo stesso, gestire temi fondamentali come privacy e cyber security.

Il cybercrimine costa alle aziende 5.200 miliardi di dollari

Nei prossimi 5 anni potrebbero essere 5.200 miliardi di dollari i costi addizionali e i mancati ricavi delle aziende dovuti ai cyber-attacchi. Almeno, questa è la cifra stimata a livello mondiale dal report di Accenture, la società globale di consulenza aziendale, dal titolo Securing the Digital Economy: Reinventing the Internet for Trust. La dipendenza da modelli di business abilitati da Internet infatti è attualmente di gran lunga superiore all’abilità di introdurre misure di sicurezza adeguate, in grado cioè di proteggere gli asset strategici.

Il settore high-tech corre i rischi maggiori

“Il livello di sicurezza di Internet è inferiore rispetto al livello di sofisticazione raggiunto dalla criminalità informatica e questo sta portando a un’erosione della fiducia nell’economia digitale”, dichiara Paolo Dal Cin, Security Lead di Accenture Italia. Secondo lo studio il cybercrime, con un’ampia gamma di attività fraudolente e dannose, pone alle aziende sfide significative, in quanto può compromettere le attività aziendali, la crescita e l’innovazione del business, nonché l’introduzione di nuovi prodotti e servizi. Ed è il settore high-tech, con oltre 753 miliardi di dollari di costi emergenti, quello che corre i rischi maggiori, seguito da life science e automotive, la cui esposizione ammonta rispettivamente a 642 e 505 miliardi di dollari, riporta Askanews.

Come diventare cyber-resilienti?

“Un primo passo da compiere per le aziende che vogliono diventare cyber-resilienti è quello di portare le competenze dei CISO nel consiglio di amministrazione”, spiega il Report. Inoltre, quattro intervistati su cinque (79%) ritengono che il progresso dell’economia digitale sarà seriamente compromesso se non ci sarà un sostanziale miglioramento della sicurezza su Internet, mentre oltre la metà (59%) ritiene che Internet sia sempre più instabile sotto il profilo della cyber-sicurezza e non sa come reagire.

E più della metà dei dirigenti (56%) vedrebbe con favore l’entrata in vigore di norme di business più rigorose introdotte da istituzioni o autorità governative.

Collaborare con un ecosistema di partner e proteggere la catena del valore

“La rete Internet non è stata pensata e costruita considerando il livello di complessità e di connettività attuali”, aggiunge Dal Cin. Tre quarti dei dirigenti (76%) evidenzia quanto gli aspetti di sicurezza informatica siano sfuggiti al controllo a causa di nuove tecnologie (IoT, e IIoT, Industrial Internet of Things). E la maggioranza (80%) dichiara che è sempre più difficile proteggere la propria organizzazione dalle vulnerabilità delle parti terze, a causa della complessità e la vastità degli ecosistemi su Internet.

Per dare forma a un futuro che cresca su un’economia digitale forte il top management deve perciò guardare oltre i confini della propria organizzazione, e collaborare con un ecosistema di partner proteggendo la catena del valore nella sua interezza.

L’Australia scagiona i cellulari: non causano tumori

A scagionare i telefoni cellulari, sempre più diffusi e potenti, c’è una nuova analisi condotta in Australia su 16.800 casi di cancro cerebrale registrati a partire dall’inizio degli anni ’80. “I tassi di tumori cerebrali sono rimasti piuttosto stabili nei decenni e non sono aumentati tipi specifici di tumori cerebrali”, scrive il responsabile della ricerca, l’esperto di radiologia Ken Karipidis dell’Arpansa.

Lo studio, guidato dall’Australian Radiation and Nuclear Safety Agency (Arpansa) e pubblicato sulla rivista BMJ Open, esclude quindi ogni legame fra la rapida diffusione della telefonia mobile e l’incidenza dei tumori al cervello.

Tra il 1982 e il 2013 l’incidenza di cancro al cervello è rimasta stabile

Lo studio, finanziato dal governativo National Health and Medical Research Council, conferma che l’incidenza di cancro al cervello, dopo gli aggiustamenti per l’età dei pazienti, tra il 1982 e il 2013 è rimasta stabile.

Nell’analizzare i 16.800 pazienti australiani la cui età era compresa fra i 20 e i 59 anni, i ricercatori hanno tenuto conto del tipo e della posizione del tumore. E se fra il 1993 e il 2002 è stato identificato un aumento nei casi di glioblastoma, il sottotipo di tumori cerebrali più comune, i ricercatori ritengono che ciò sia dovuto ai miglioramenti della diagnostica. In particolare, grazie alla tecnologia MRI (Magnetic Resonance Imaging), riporta Ansa.

“Non vi è stato aumento di gliomi del lobo temporale, quello più esposto”

“Non vi sono stati aumenti in alcun tipo di tumore, inclusi il glioma e il glioblastoma, durante il periodo di sostanziale uso dei cellulari dal 2003 al 2013”, scrive Karipidis. In particolare, aggiunge lo studioso, “Non vi è stato aumento di gliomi del lobo temporale, che è la posizione più esposta durante il periodo di uso sostanziale di telefoni mobili”.

Insomma, i telefonini non causano tumori. Almeno, da quanto risulta dallo studio australiano.

Esposizione più forte con i telefonini analogici di qualche anno fa

Se i cellulari stanno diventando sempre più potenti e negli ultimi cinque anni le reti si sono evolute, secondo Karipidis i risultati della ricerca rimangono di grande rilevanza, perché la quantità di radiazioni emesse dai telefoni cellulari è rimasta circa la stessa.

L’esposizione più forte è stata alcuni anni fa, quando erano diffusi i telefoni analogici, e questo perché non vi erano in giro molte antenne di telefonia mobile”, afferma lo studioso.

Le reti di quinta generazione (5G) che si stanno estendendo in molti paesi promettendo maggiori velocità, secondo Karipidis, non devono perciò essere causa di preoccupazione.

Tutti pazzi per i beauty device, i gadget Hi Tech per la bellezza

Occhiali antirughe a luce led, mascherine paraocchi elettro-stimolanti che riducono le rughe e riparano i danni provocati sulla pelle dall’inquinamento, penne che emettono correnti leggere e vibrazioni, almeno 7.0000 al minuto, per ringiovanire contorno occhi, solchi intorno al naso e alla bocca, e ridurre le occhiaie. Questi e altri beauty device, i gadget Hi Tech portatili per la bellezza, rappresentano il futuro delle cure cosmetiche. Che ora risiede proprio nella tecnologia. E a Hong Kong, all’ultima edizione di Cosmoprof Asia, se ne sono visti tanti, soprattutto made in Cina, Korea, Giappone e USA. Insomma, il bagno di casa si trasforma in una spa iper tecnologica.

Testine al titanio e fasci di luce ad azione rassodante

I nuovi attrezzi, piccoli e comodi da tenere a casa o in borsetta, possiedono anche testine al titanio altamente conduttivo per stimolare le cellule della pelle, riporta Ansa, oppure emettono fasci di luce colorata ad azione rassodante. O, ancora, raggi caldi per alleviare indolenzimenti muscolari di ogni genere, oppure per alleggerire il senso di stanchezza dalla gambe. Le penne, brevettate della cinese Shenzhen Yashicoral Technology, hanno anche dei micro-aghi per veicolare sieri e creme ringiovanenti, potenziandone gli effetti dalle 10 alle 20 volte in più.

La beauty routine quotidiana si affida alla tecnologia

Presto potrebbe far parte della beauty routine quotidiana abbinare all’applicazione della propria crema idratante preferita una passata di apparecchio hitech che ne potenzia gli effetti. Ma esistono anche i beauty devices portatili ad energia ultrasonica, per fare uno scrub profondo sul corpo, esfoliare ed eliminare le cellule morte, le maschere elettroniche a guscio rigido che coprono tutto il viso ed emettono luci a led rassodanti, le cinture a infrarossi per la riduzione delle “maniglie dell’amore” e la pancia. E ancora, manipoli portatili della grandezza e la forgia di un telefono cellulare a luce led, raggi infrarossi e luci colorate. Non si limitano a rassodare la pelle, pare curino anche l’acne emettendo fasci di luce ad alta energia che scalda l’area affetta disinfiammandola nell’arco di 24 ore.

I dispostivi più efficaci sostituiranno le creme e sieri idratanti

Di fatto, anche sul mercato italiano sono già presenti i beauty device, come quelli del brand svedese Foreo, i best seller in silicone Ufo e Luna, l’apripista Clarisonic e la gamma Imetec. Gli americani ne vanno pazzi da anni: il gruppo statunitense Azure ne ha proposti alla fiera di Hong Kong almeno un ventina, al costo che va dai 200 dollari statunitensi agli oltre 4.000.  “Impieghiamo una tecnologia testata in diverse università – precisa Azure – e il flusso di luci va dai 600 agli 830 nanometri, tanto quanto i sistemi impiegati in un trattamento in una Spa”.

Italia, un paese congressuale: è tra le mete top al mondo

L’Italia non è più solo una destinazione da sogno per il turismo leisure, ma anche per quello congressuale. Lo dicono gli ultimi dati Enit: il Belpaese scala la classifica mondiale del turismo congressuale posizionandosi tra i primi cinque Paesi nel mondo con 515 meeting internazionali svolti nel 2017 (ENIT su dati ICCA). In testa gli USA (941 meeting), quindi la Germania (682), UK (592), Spagna (564). Dopo l’Italia si posizionano Francia (506 meeting), Giappone (414), Cina (376), Canada (360), Paesi Bassi (307). Roma è la prima città italiana per meeting internazionali. La capitale si colloca invece al 20esimo posto su scala mondiale con 96 meeting.

Turismo per business, che business

Il turismo per business, al netto dell’indotto, genererà a consuntivo 2018 un giro d’affari di 40,4 milioni di dollari (+3,7%). Lo stesso dato proiettato al 2028 raggiungerà quota 45,1 milioni. In Italia l’incremento del 2018 sul 2017 è al di sopra di quello stimato per l’Europa (+3,2%) e in linea con lo sviluppo previsto a livello globale (3,8%), dice sempre l’ENIT. Fatta cento la spesa in Italia dei turisti in entrata, si legge ancora nel Rapporto, quello per vacanze incide in misura del 79,9%, il turismo per business per il 20,1%. (ENIT su dati WTTC).

I tedeschi amano l’Italia

La classifica per spesa degli stranieri in entrata in Italia relativa alla voce business travel registrata nel 2017  vede la Germania al primo posto (730 milioni di euro), la Francia al secondo (486 milioni), seguita da Regno Unito (434), USA (281), Spagna (248). Se si considera, invece, la spesa per turismo per vacanze, la Germania si posiziona ancora in testa (4 miliardi e 945 milioni euro), di seguito USA (3 miliardi e 341 milioni), Francia (2 miliardi e 427 milioni ), Regno Unito (2 miliardi e 089 milioni) e Austria (1 miliardo e 186 milioni).

Entrate in crescita

Nel 2017 le entrate per turismo di lavoro sono state 5 miliardi e 306 milioni di euro (+3,5% sul 2016) corrispondenti a una spesa media pro-capite giornaliera di 129,9 euro. Le entrate per turismo per vacanze sono state di oltre 26 miliardi (+8% sul 2016) con spesa media pro-capite giornaliera pari a 112,8 euro. Andando più in profondità sul turismo congressuale, lo scorso anno (2017) gli eventi realizzati in Italia sono stati 398.286 (+2,9%), pari a 29,1 milioni di partecipanti (+3,2%) e 43,4 milioni di presenze (+1,6%). Per il 56,9% si è trattato di eventi locali, il 35,2% nazionali e il 7,9% internazionali. I partecipanti erano così composti: 48,2% locali, 40,5% nazionali e 11,3% internazionali

Aziende socialmente responsabili, le più richieste dai lavoratori italiani

La maggior parte dei lavoratori italiani vorrebbe lavorare in un’impresa socialmente responsabile. L’ultima edizione del Randstad Workmonitor, un’indagine trimestrale sul mondo del lavoro condotta in 34 Paesi del mondo, rivela una diffusa attenzione degli italiani all’inclusione e al volontariato, oltre che alle politiche sociali delle imprese in cui lavorano o vorrebbero lavorare.

Secondo Randstad, l’operatore mondiale nei servizi per le risorse umane, l’87% dei lavoratori italiani dichiara che vorrebbe lavorare soltanto in un’azienda con un solido programma di responsabilità sociale. E in questo siamo primi in Europa e diversi punti sopra ai principali paesi del continente, come Germania (75%), Francia (78%), Regno Unito (79%) e Spagna (77%).

Solo un’impresa su due valorizza l’inclusione e la diversity

Quasi sei intervistati su dieci (57%) ritengono importante che l’impresa per la quale si stanno candidando partecipi a iniziative filantropiche. Lo stesso interesse, riporta Adnkronos, non è però altrettanto diffuso fra i datori di lavoro. Soltanto un’impresa su due, infatti, valorizza l’inclusione e la diversity. “Dalla ricerca emerge un forte divario di attenzione e sensibilità all’inclusione fra i lavoratori, che addirittura la pongono come prerequisito per la scelta di un datore di lavoro, e le imprese, che soltanto nel 50% dei casi hanno una politica che valorizza diversity e inclusione”, commenta Marco Ceresa, amministratore delegato Randstad Italia.

Il 29% delle imprese sostiene i dipendenti nell’attività di volontariato

Se per quanto riguarda le imprese oltre metà sostiene attivamente almeno una buona causa (56%, in linea con la media globale, e +4% rispetto alla media europea), il 75% dei dipendenti dichiara che si dedicherebbe al volontariato se il proprio datore di lavoro concedesse permessi retribuiti (+2% rispetto alla media globale e +5% sulla media del continente). Ma l’imprenditoria non sembra ancora pronta a rispondere efficacemente a questa spinta da parte della forza lavoro. Soltanto il 29% delle imprese italiane incoraggia i propri dipendenti a dedicarsi al lavoro sociale non retribuito al di fuori dell’orario d’ufficio.

Numeri ancora distanti dal modello di riferimento: la Danimarca

A sorpresa, sono i lavoratori più anziani il segmento che si sente più stimolato in questa direzione (38%), mentre la percentuale scende vistosamente fra i giovani (24%). Numeri non del tutto disprezzabili, ma ancora distanti dal modello di riferimento più positivo, rappresentato dalla Danimarca. Nel paese scandinavo il 43% degli intervistati svolge attività di volontariato al di fuori dell’orario lavorativo, il 70% delle aziende sostiene una buona causa, il 48% offre permessi retribuiti ai lavoratori per attività di volontariato scelte dai dipendenti, e il 43% li offre per attività scelte dall’azienda stessa.

Salute e bellezza, le imprese lombarde sono 15mila

In Lombardia sono oltre 15 mila le attività attive nel settore del benessere e fitness, tra sedi di impresa, sedi secondarie e unità locali. Dal 2017 al 2018 sono cresciute del 2,4%, e del 10,3% in cinque anni. E pesano per il 17% sul totale delle attività presenti in Italia, circa 89 mila, cresciute a livello nazionale del 2,1% in un anno, e del 9,2% in cinque.

Secondo l’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati registro imprese le imprese lombarde del settore salute e bellezza danno lavoro a circa 43 mila addetti (il 27,2% del totale) sui 157mila in Italia.

Lombardia, al top per centri benessere e imprese straniere

La Lombardia pesa soprattutto nel settore dei centri benessere, concentrando il 31,1% delle attività italiane nei servizi di manicure e pedicure (23,1%) e nelle palestre (21,4%), ma è forte anche la presenza di imprese lombarde negli istituti di bellezza (18,3%).

Ma in Lombardia è anche più alta la presenza di imprese con titolari nati all’estero, 12,1% contro una media nazionale dell’8,3%, grazie al dato di Milano dove le imprese “straniere” pesano il 18,8%, il valore più alto d’Italia, riporta Adnkronos.

Il settore nelle province lombarde

La rilevanza della Lombardia nel settore si deve soprattutto a Milano, prima in regione con 5.217 attività (il 5,9% italiano e una crescita del 3% in un anno e 15,7% in cinque anni) e 17 mila addetti. Poi vengono Brescia (1.930 attività, +2% e +3,8% e oltre 3 mila addetti), Bergamo (1.692 attività, +3% e +7,5% e 5 mila addetti), Varese (1.300 attività, +0,6% e +4,6% e 2 mila addetti) e Monza Brianza (1.200 attività, +3,3% e +13,2% e oltre 10 mila addetti).

La crescita maggiore in un anno si registra però a Como (+4,6%) mentre in cinque anni è a Milano che il settore cresce di più.

Roma al primo posto con 6.847 attività

Se il fitness e il benessere fanno impresa in tutta Italia si tratta soprattutto di istituti di bellezza (39mila attività), profumerie (19mila) e commercio al dettaglio di articoli sportivi e per il tempo libero (13mila). Ci sono poi oltre 5.000 erboristerie e palestre.

Prima per numero di attività è Roma (6.847 attività) seguita da Milano, Napoli (3.796), Torino (3.345) e Bari (2.267). E tra le prime dieci in Italia anche Brescia, Salerno, Bergamo, Firenze e Bologna.

Quasi due imprese su tre sono femminili (68%), e una su sei è in mano a giovani (17,6% in Lombardia e 17,8% in Italia). Per peso delle imprese di titolari nati all’estero dopo Milano vengono Trieste (17,4%) e Prato (16,9%), mentre sul podio delle imprese femminili salgono Nuoro, Pordenone e Ascoli Piceno (78% circa l’una). E per presenza di under 35 Catanzaro, Isernia e Crotone (oltre 30% ognuna).