Saltare un pasto e dormire bene, la ricetta per vivere a lungo

Qual è la ricetta per vivere a lungo? Semplice: saltare un pasto al giorno, mantenere il corpo in esercizio, dormire bene, e evitare lo stress. Insomma, questa è la ricetta per una vita lunga e sana descritta da David Sinclair, docente di genetica presso la Harvard Medical School, nel suo libro Longevità – Perché Invecchiamo e perché non dobbiamo farlo.

“L’età di ognuno di noi – spiega Sinclair – dipende da una serie di fattori, e oltre alla componente anagrafica dobbiamo tenere presente i fattori fisiologici. Esistono una serie di metodi per valutare l’età, uno dei più elementari è verificare la possibilità di alzarsi in piedi da seduti senza utilizzare le mani”.

La genetica influenza l’aspettativa di vita solo per circa il 20%

L’autore spiega che la ricerca e la scienza hanno contribuito enormemente ad allungare le aspettative di vita media, riferisce Agi. “Diversi studi dimostrano che la componente genetica influenza la nostra aspettativa di vita circa al 20% – continua lo studioso – e il resto dipende da fattori ambientali, comportamentali, fortuiti. Ci sono luoghi particolari, come nella città di Okinawa, in Giappone, dove le persone sembrano più longeve, il che suggerisce che la componente ambientale possa giocare un ruolo fondamentale nelle aspettative di vita di una persona”.

Resettare l’invecchiamento si può

“Non dobbiamo dimenticare che l’invecchiamento è un processo naturale, che porta al danneggiamento delle cellule – sottolinea Sinclair -. Grazie ad alcuni composti è possibile invertire il deterioramento cellulare e stimolare la rigenerazione dei tessuti”.

Il team di Sinclair ha infatti sperimentato una tecnica basata sulle cellule staminali pluripotenti e sulla proteina sirtuina 1 (SIRT1), che ha riparato il nervo ottico in un gruppo di roditori durante i test di laboratorio. “Possiamo resettare l’invecchiamento – sostiene l’esperto – dobbiamo ancora assicurarci che si tratti di un processo sicuro per l’essere umano, ma le applicazioni pratiche del nostro studio potrebbero invertire la cecità, restituire la vista, riparare tessuti e potenzialmente invertire l’invecchiamento”.

Concentrarsi sul benessere dell’organismo

Lo scienziato sottolinea che le tecniche genomiche volte a migliorare le condizioni e abbassare l’età media di un individuo rappresentano ancora un campo in via di esplorazione. “Quello che possiamo fare attualmente –  spiega ancora lo scienziato – è concentrarci sul benessere dell’organismo. Seguire una dieta sana, evitare gli eccessi, svolgere attività fisica, e mantenere una buona rete di contatti sociali. Sebbene queste tecniche potranno un giorno essere implementate e diventare realtà, non credo che sarà mai possibile vivere per sempre, ma sicuramente possiamo aggiungere e valorizzare il tempo a disposizione durante l’arco delle nostre esistenze”. 

Videogames, l’evoluzione passa dal 5G

Solo un gioco? Certo che no. Anzi, per moltissimi di noi i videogame, nei mesi più “tosti” della pandemia, hanno rappresentato davvero un’ancora di salvezza, una boccata d’aria fresca. E per il futuro i gamers si aspettano grandi novità: non solo l’uscita delle console di nuova generazione, PS5 e Xbox One Series X, ma anche le innovazioni del settore che arriveranno contestualmente al 5G. Grazie all’aumento della velocità (circa dieci volte quella del 4G), riporta una nota diffusa da Ansa,  i giocatori possono contare su download e streaming più veloci, anche se il beneficio maggiore sarà una latenza notevolmente migliorata, con tempi di risposta di soli cinque millisecondi. Insomma, ci attendono giochi all’insegna della massima fluidità, con esperienze online di altissimo livello, anche per gli eSports. Un dato su tutti che apre una finestra sull’immediato futuro: solo lo scorso aprile, gli iscritti al servizio di streaming Twitch hanno totalizzato 3,1 miliardi di ore di visione in totale, un aumento del 17% rispetto al trimestre precedente.

Games ad altissima risoluzione

Un’altra opportunità che sarà presto offerta dal 5G è l’ampliata disponibilità di streaming video ad alta risoluzione: così anche gli spettatori, e non solo i giocatori, potranno seguire diversi tornei in contemporanea. Un business tutto da esplorare e sicuramente “ricco”. Ancora, si legge nella nota, “una maggiore larghezza di banda e tempi di risposta inferiori sono anche l’apripista per una più ampia praticabilità del cloud computing per finalità videoludiche”. Gli sviluppatori potranno poi gestire da remoto attività di elaborazione e rendering più ardui, per trasmettere un risultato finale di qualità superiore anche su dispositivi datati. Quello che già assicura il servizio di cloud gaming Google Stadia ma anche xProject Cloud di Microsoft, che permette di utilizzare device anche datati approfittando delle potenzialità della rete.

Il via alla realtà aumentata?

Con la diffusione del 5G ci si aspetta anche all’atteso boom della realtà aumentata: per il successo, i fattori determinanti nel videogaming saranno una tecnologia che alimenta visori non più collegati a computer e telefonini ma indipendenti, come ha già mostrato Oculus, capaci di collegarsi al 5G per ottenere il meglio dalla connessione ultra veloce. Il passo successivo? Incontri sportivi con IoT indossabile sincronizzato, capace di dare anche la sensazione di fisicità oltre che di realtà. Un esperimento che ha già fatto in parte Ericsson attraverso una partnership con una primaria squadra di calcio e che ha anticipato il futuro dei videogame.

Il Covid non piega l’agroalimentare Made in Italy

Il Covid non piega l’agroalimentare Made in Italy, un settore da 41 miliardi, ma la sostenibilità, che già oggi pesa per il 28% sulla scelta di un prodotto, è la chiave per restare competitivi nel futuro. Di fatto, in Italia il 28% delle Pmi del settore vede la sostenibilità come strategia di lungo periodo, in grado di garantire un vantaggio competitivo. Anche attraverso l’e-commerce, la nuova frontiera, che in Italia nel 2020 ha raggiunto 2,5 miliardi di euro di valore (+55%). Nonostante il Covid-19, quindi, il settore alimentare italiano resiste. Nel 2050, quando la popolazione mondiale sarà di 8-10 miliardi, un consumatore su 10 in tutto il mondo mangerà cibo italiano.

La sostenibilità è un trend

È quanto emerge dalla IXa edizione del Seminario Food, Wine & Co. – Verso la Sostenibilità, ideato e organizzato dalla professoressa Simonetta Pattuglia e dal Master in Economia e Gestione della Comunicazione e dei Media di Roma Tor Vergata, in collaborazione con Fiera Roma e Coldiretti. Il Seminario conferma come l’attenzione dei consumatori italiani si stia muovendo verso tre direttrici principali, la riduzione degli sprechi alimentari, dell’impatto del packaging sull’ambiente, e la maggiore attenzione verso qualità e provenienza dei prodotti.

Insomma, l’essere un prodotto sostenibile è un valore aggiunto, che insieme al fatto di essere ecologico pesa per il 28% nella scelta d’acquisto.

Il tricolore sull’etichetta aumenta le vendite

Il coronavirus ha reso gli italiani più coscienziosi in merito alla scelta dei prodotti alimentari, e più attenti alle materie prime da mettere nel piatto.

Un’attenzione che si concentra soprattutto sul biglietto da visita dei prodotti: l’etichetta. La lettura dell’etichetta prima dell’acquisto è divenuta una pratica consolidata, e il Made in Italy è un fattore in grado di spostare le vendite.

La dicitura “100% italiano” comporta una variazione del +8.8% delle vendite, seguita dalla certificazione DOC, con il 7.2%, e la DOCG (+6.8%). E la sola presenza del tricolore sull’etichetta pesa per il +3% sulle vendite .

Pmi, Green Marketing, ed e-commerce

Se quello della sostenibilità per il consumatore è un elemento di scelta, per le Pmi sta diventando una pratica necessaria per garantirsi sopravvivenza e competitività. Uno studio effettuato dalla professoressa Pattuglia mostra però come per il 35% delle Pmi intervistate il concetto di sostenibilità non esista, e se il 7% investe in sostenibilità lo fa perché obbligato senza considerarla un’opportunità di crescita. Il 30% delle aziende si stanno invece attivando per comunicare il proprio impegno in tal senso, e per il 28% la sostenibilità è considerata una strategia di lungo periodo. Quanto all’e-commerce, in Italia l’acquisto di generi alimentari online nel 2020 ha raggiunto i 2,5 miliardi di euro in valore (+55%), e il food delivery 706 milioni di euro (+19%).

Nel 2020 la forzosa conversione alle vendite online ha garantito alle aziende volumi minori, ma al contempo ha consentito la continuità aziendale.

Più competitività con i laser industriali

Essere competitivi sul mercato, e riuscire ad offrire prodotti di ottima qualità ad un prezzo il più possibile conveniente per il cliente finale, è oggi la sfida alla quale sono chiamate tantissime aziende e realtà commerciali di ogni tipo.

I fattori che concorrono ad aumentare tale livello di competitività sono molteplici e sicuramente tra questi vi sono i materiali che arrivano da oltreoceano, e dunque da paesi in cui i costi di produzione sono particolarmente bassi.

Laser industriali e aumento della produttività

Uno degli strumenti più efficaci e che consente effettivamente di aumentare la qualità della produzione sono i laser industriali, una soluzione che consente di rispondere in maniera adeguata ed efficace alle richieste di mercato che sono sempre più esigenti.

Il laser industriale trova applicazione in tantissimi campi quali ad esempio quello militare, scientifico ed estetico, e consente di ottenere risultati che i sistemi di lavorazione tradizionale non riescono in alcun modo di ottenere.

I vantaggi del laser industriale

Uno dei vantaggi principali è quello di riuscire ad avere una precisione di taglio che è impossibile da ottenere con qualsiasi altro strumento ad oggi esistente, così come l’assenza di una pressione meccanica sul pezzo sul quale si sta andando a lavorare. Grazie al laser è anche possibile andare a lavorare su profili particolarmente complessi e ottenere raggi di curvatura impensabili da ottenere con qualsiasi altro tipo di strumento.

A questo si unisce chiaramente una maggiore velocità di esecuzione e dunque un risparmio per quel che riguarda i tempi di lavoro e la manodopera, con i costi di produzione che vanno inevitabilmente a diminuire con tutti i vantaggi economici che conseguono per l’azienda.

Parliamo infine di una tipologia di tecnologia che è possibile definire “pulita”, in quanto non inquina e non necessita di sostanze chimiche o altri materiali inquinanti per poter funzionare, ma si limita all’utilizzo del raggio laser per effettuare le incisioni prescelte.

I social network in Italia. Come, quanto e perché li usiamo

Gli italiani passano quasi 2 ore ogni giorno sui social network, ma rimangono sotto la media mondiale. Durante la quarantena però nel nostro Paese il tempo speso sui social è aumentato fino a +81%. Ma quali sono i social più utilizzati, e come vengono visitati? La prima piattaforma per numero di accessi mensili è Facebook, seguita da YouTube, anche se il social network più interessante dell’anno è TikTok, con un incremento degli utenti pari al 457% in soli 9 mesi, e l’app social più scaricata è Whatsapp. Si tratta di alcuni risultati della ricerca sull’uso dei social network in Italia pubblicata su Contenuti Digitali, il sito di risorse di digital marketing che aiuta le imprese a comunicare meglio online e ottenere più clienti utilizzando strategie innovative di marketing.

Più per svago che per lavoro

Su 49,48 milioni di italiani utenti attivi di internet (82% della popolazione contro il 59%a livello mondiale) a gennaio 2020 35 milioni erano attivi sui social media, aumentati di 4 milioni in 12 mesi (dati We Are Social a gennaio 2020). In Italia sembra che i social siano utilizzati principalmente come svago e meno come lavoro. La maggior differenza rispetto al resto del mondo è infatti l’utilizzo delle piattaforme per scopi professionali. Solo il 31% degli italiani, rispetto a 40% al livello mondiale, usa i social per scopi professionali.

Ma questo non significa che siamo gli ultimi. Peggio di noi Regno Unito, Francia e Germania (sotto al 26%), meglio di noi Spagna e Portogallo (con percentuali sopra al 35%)

Quasi due ore al giorno, soprattutto su YouTube

Un italiano spende in media 6 ore al giorno su Internet e un’ora e 57 minuti sui social network. Molto vicino alla media mondiale, il 98% degli italiani accede ai social da smartphone. Secondo Similarweb, a luglio 2020 il social più visitato da browser è Facebook, ma primo in classifica per durata della visita è YouTube, con 21 minuti e 54 secondi al giorno. Il tempo speso su Facebook da desktop è infatti di 10 minuti e 48 secondi (con 8,88 pagine per visita, inferiori però a Instagram, 12,61), dati inferiori anche a Twitter, che raggiunge 11 min e 15 sec di tempo speso e 12,07 pagine per visita.

L’utilizzo dei social durante la quarantena

Il dato più eclatante durante l’uso dei social durante la quarantena riguarda i servizi di messaggistica istantanea: +81% di tempo speso al giorno su Whatsapp e +57% su Messenger. Pinterest e Twitter sono gli unici che hanno visto una contrazione dei minuti spesi sulle loro piattaforme, rispettivamente -29% e -18%. In ogni caso, secondo Google Trends a marzo 2020, è Facebook il canale con il maggior numero di minuti spesi giornalmente sulla piattaforma (media di 26,4 minuti al giorno). Anche YouTube ha retto bene durante la quarantena, mentre per Instagram, non si nota alcun picco importante, così come per Linkedin, e Snapchat, il meno visitato della lista.

Uomo e dal reddito medio-alto: ecco il favorito dallo smart working

Uomo, dal reddito medio-alto: ecco il profilo del lavoratore maggiormente favorito dallo smart working. A dirlo è l’INAPP, Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche, che in uno studio ha messo in evidenza gli effetti indesiderabili dello smart working sulla disuguaglianza dei redditi in Italia. Oggi, rivela il report condotto su un bacino di 45.000 individui in età lavorativa (18-74 anni), il lavoro agile avvantaggia i lavoratori con un reddito alto, in prevalenza uomini, accentuando così le disuguaglianze sociali. Chi svolge lavori caratterizzati da un’alta attitudine al lavoro da remoto ha infatti un salario annuo più alto in media del 10% rispetto ai lavoratori con una bassa propensione allo smart working, che raggiunge il 17% tra i lavoratori con i redditi più alti. Come a dire che il lavoro da remoto favorirebbe i ricchi e danneggerebbe i più deboli, almeno dal punto di vista del reddito.

Il profilo dello smart worker

Dallo studio emerge che “un’elevata attitudine a lavorare da remoto è più frequente nelle professioni svolte dalle donne, dai lavoratori adulti e da quelli sposati, con un alto livello di istruzione, con contratto full-time a tempo indeterminato”. Inoltre, scrivono i ricercatori, presentano una maggiore attitudine allo smart working coloro “che lavorano nel settore pubblico, che vivono in nuclei familiari poco numerosi e senza minori, nonché dai lavoratori che vivono in aree metropolitane, nelle regioni dell’Italia Centrale e nelle province che hanno riportato al 5 maggio 2020 un minor contagio Covid-19”. Lo smart working tende infine ad essere più frequente “nei settori Finanza e Assicurazioni, Informazione e Comunicazione, Noleggio e agenzie di viaggi, Pubblica Amministrazione e Servizi Professionali”.

I conti in tasca ai lavoratori I lavoratori con un basso livello di attitudine al lavoro agile sono più numerosi e riportano in media un reddito annuale lordo molto più basso rispetto a quelli con alta propensione allo smart working. Se poi si guarda al ruolo del lavoro da remoto nella distribuzione del reddito, è evidente che “al crescere del reddito da lavoro aumenta sia il divario salariale tra i lavoratori sia la percentuale dei lavoratori che svolgono una professione con elevata attitudine allo smart work”. In particolare, “se aumentassero le attività lavorative con alta propensione verso lo smart work si determinerebbe un aumento del salario medio lordo di circa €2.600 annui, pari a circa il 10%”; ma il vantaggio salariale riguarderebbe prevalentemente i maschi (allargando ulteriormente il divario retributivo di genere), i dipendenti più giovani e più anziani, nonché quelli che vivono nelle province più colpite dal Covid-19 (ovvero quelle del Nord e più sviluppate). Resterebbero indietro soprattutto le donne e gli adulti di età 51-64 anni, mentre tra i dipendenti di età compresa tra 25 e 35 anni si avrebbe un effetto stabile

L’utilità di un portabadge

Uno dei problemi di lavoratori e di tutti i colori quali sono in possesso di un badge che consente loro di accedere ai locali in cui viene svolta una determinata attività lavorativa, è quello di portare sempre con sé il badge senza smarrirlo o dimenticarlo a casa, ma anche quello di riuscire a mantenerlo integro nel tempo e fare in modo che questo non possa rovinarsi all’interno del portafogli o addirittura smagnetizzarsi.

Nulla infatti, è più fastidioso dell’arrivare sul luogo di lavoro e scoprire di aver dimenticato in altro luogo il badge che consente di accedere ai locali, oppure di averlo portato con sé ma di non riuscirlo a trovare magari perché questo si trova tra mille altre cose all’interno di una borsa o in una qualsiasi tasca tra quelle della giacca o del pantalone. I portabadge che propone Cotini srl servono proprio a risolvere tale tipo di necessità e consentire a tutti di poter avere il proprio badge sempre a portata di mano ed in perfette condizioni.

L’astuccio in plastica rigida

In particolar modo esistono due tipi di portabadge: Il primo è quello in plastica con asola, un comodo astuccio portabadge in plastica rigida trasparente che consente di attaccare l’astuccio al cordoncino grazie alla comoda asola. Tale accessorio consente di custodire in maniera perfetta il proprio badge e avere la certezza che questo non vada a rovinarsi nel tempo magari all’interno del portafogli o del luogo in cui siamo soliti riporlo.

Il cordoncino colorato

Il secondo accessorio è invece un cordoncino colorato per portabadge, disponibile in 10 differenti colorazioni e che include anche il moschettone, così da potervi agganciare il portabadge. È realizzato in nylon ed è acquistabile in lotti da 10 pezzi. Avendolo sempre al collo sarà dunque molto più difficile smarrirlo o poggiarlo in un posto e poi essere costretti a doverlo cercare continuamente.

Entrambi questi accessori sono in grado di risolvere quello che è un piccolo problema di chi fa solitamente uso del badge, e consente anche di preservarne l’integrità nel tempo.

Salute, italiani i più digital oriented d’Europa

Quando si tratta di utilizzare la tecnologia per consultare il medico o monitorare il proprio stato di salute vincono gli italiani, che risultano i più digital oriented d’Europa. Solo in pochi si preoccupano per la privacy, ma se si tratta di acquistare farmaci la maggioranza preferisce rivolgersi alla farmacia di fiducia. È quanto emerge dall’Health Report 2020, l’indagine internazionale realizzata dal Gruppo STADA in collaborazione con il Kantar Market Research Institute. L’indagine, condotta in 12 Paesi europei tra febbraio e marzo 2020, riguarda il rapporto dei cittadini con i temi relativi alla salute durante il lockdown.

Consultare il medico via Internet

Tra tutte le nazionalità coinvolte gli italiani sono stati tra i più favorevoli anche al consulto medico tramite webcam o internet (79% rispetto a una media del 70%). Solo Spagna (82%) e Finlandia (81%) sono più disponibili. Inoltre, gli italiani sono tra i più propensi (84% contro il 75% media europea), a utilizzare le app per permettere al medico di monitorare i progressi terapeutici. Solo il 6% ha espresso preoccupazioni sulla sicurezza dei dati quando utilizza un’app, ben al di sotto della media europea (11%). Il 48% degli italiani poi (percentuale nazionale più alta) ritiene che la vita eterna sia una chimera, contro un 8% che la considera possibile. E se fosse possibile, il 18% dichiara che vorrebbe vivere per sempre.

Sì a terapie genetiche, al SSN, e alla medicina convenzionale

Interrogata sulla disponibilità a sottoporsi a modifiche genetiche per evitare gravi malattie, l’Italia si classifica al quarto posto, con il 56% dei cittadini disposti a prendere in considerazione una terapia di questo tipo. Alla domanda se avessero mai cercato un sostegno psicologico per affrontare i problemi di salute solo un quinto (20%) però risponde di averlo fatto. Quanto alla soddisfazione per il SSN la maggioranza degli italiani (76%) risponde di si, anche se rispetto agli altri Paesi l’Italia si colloca solo al nono posto. In cima alla classifica si trova la Svizzera (92%), seguita da Austria e Belgio (entrambi 91%). Per quanto riguarda la fiducia nella medicina convenzionale sta crescendo leggermente in tutta Europa, Italia compresa, con il 74% di risposte affermative. Ma un 18% dichiara di voler rimanere aggiornato su trattamenti alternativi, come omeopatia e agopuntura.

Il 51% preoccupati per la mancanza di un vaccino contro il Covid-19

Un capitolo del Report 2020, volto a valutare l’effetto della crisi coronavirus, rivela che la metà degli italiani (51%) dimostra di apprezzare ancora di più il lavoro di medici, infermieri e personale sanitario. Un dato superiore alla media del 44% dei 6 Paesi considerati, che vede l’Italia seconda solo alla Spagna (52%). E se due terzi (66%) valutano positivamente l’assistenza sanitaria durante l’emergenza il 51% esprime preoccupazione per la mancanza di un vaccino contro il Covid-19.

La crisi da Covid si ripercuote anche sui fondi pensione

L’ombra della crisi si allunga sui mercati finanziari e oscura le prestazioni anche dei fondi di previdenza complementare. “Le ripercussioni della crisi sui listini azionari sono state pesanti – si legge dal comunicato diffuso da Covip (Commissione di vigilanza sui fondi pensione) -. Nei principali Paesi gli indici dei corsi sono scesi di circa il 20-25%, la volatilità è risalita su livelli non registrati dai tempi della crisi finanziaria del 2008”.

Nel primo trimestre del 2020 i rendimenti medi sono stati in generale negativi. E al netto dei costi di gestione e della fiscalità, i fondi negoziali hanno perso il 5,2%, i fondi aperti il 7,5%,  e i PIP di ramo III, il 12,15%. Ma nel medio-lungo periodo, più adeguato alla valutazione delle performance, l’impatto della crisi appare più limitato.

A fine marzo 9,185 milioni di pensioni complementari

Alla fine di marzo 2020, riporta Italpress, il numero di posizioni in essere presso le forme pensionistiche complementari era di 9,185 milioni. La crescita nel primo trimestre (68.000 unità, +0,7%), è stata limitata rispetto ai trimestri precedenti. A tale numero di posizioni, comprese quelle di chi aderisce contemporaneamente a più forme, corrisponde un totale degli iscritti stimato in 8,325 milioni di individui.

I fondi negoziali registrano invece 32.000 posizioni in più (1%), portando il totale a fine marzo a 3,192 milioni. L’incremento maggiore lo ha registrato il fondo rivolto ai lavoratori del settore edile, seguito dal fondo destinato ai dipendenti pubblici, caratterizzato da un livello di adesioni contenuto rispetto alla platea potenziale.

Destinati alle prestazioni circa 180 miliardi di euro

Le risorse destinate alle prestazioni a fine marzo 2020 sono pari a circa 180 miliardi di euro. Il patrimonio dei fondi negoziali (53,7 miliardi), risulta in diminuzione del 4,3% rispetto a fine 2019. Nei fondi aperti invece sono accumulati 21,6 miliardi di euro, e 35 miliardi nei PIP “nuovi”. Nel primo trimestre la flessione è stata rispettivamente del 5,7% e dell’1,4%. Per tutte le forme il calo delle risorse nel trimestre è spiegato dalle perdite in conto capitale a fronte di una sostanziale stabilità dei contributi rispetto al passato. La più contenuta flessione nel caso dei PIP “nuovi” è riconducibile alla valutazione delle attività in base al metodo del costo storico, che viene utilizzata per le gestioni di ramo I, che costituiscono la maggior parte del settore.

Valutare il momento più opportuno per l’uscita dalla fase di accumulazione

In considerazione dell’andamento negativo dei mercati finanziari Covip invita a non compiere scelte che potrebbero comportare il consolidamento di perdite. Quanto alle prestazioni al momento non si è registrato un incremento delle richieste, ancorché in situazioni di difficoltà un aumento sia da ritenersi fisiologico.

Come migliorare il curriculum in vista della ripresa

La Fase 2 dell’emergenza sanitaria in corso è il momento giusto per rinfrescare il curriculum, in modo da farsi trovare pronti dalle imprese in cerca di nuove figure lavorative. Il problema, evidenziato da tutti gli head hunter, è che la grande maggioranza dei curricula non sono compilati in modo corretto, e vengono scartati già dalle fasi iniziali. Alcune agenzie di selezione del personale offrono servizi specifici per aiutare i futuri candidati a risolvere questo problema. Come, ad esempio, le sessioni individuali per correggere e ottimizzare i curricula, proposte dell’agenzia di selezione del personale Adami & Associati, che nelle prossime settimane prevede un picco di ricevimento di CV.

Le ricerca di lavoro sono destinate ad aumentare

È ancora presto per stimare quanti e quali saranno gli effetti del coronavirus sul mercato del lavoro, ma secondo l’assessore regionale al Lavoro dell’Emilia Romagna, Vincenzo Colla, “se il lockdown andrà avanti ancora per molto rischiamo di perdere 350.000 posti di lavoro”. L’impatto complessivo a livello internazionale sarà di certo molto forte, basti pensare ai 22 milioni di disoccupati a causa della pandemia nei soli Stati Uniti. Le persone alla ricerca di lavoro sono destinate quindi ad aumentare, e si sommeranno a tutti coloro che anche nelle settimane precedenti all’emergenza inviavano i propri curricula alle agenzie di ricerca e selezione del personale per trovare una nuova occupazione.

Accompagnare il CV con una lettera di presentazione scritta ad hoc

Ma come aumentare le probabilità di attirare l’attenzione dei recruiter in una situazione di incremento dei candidati per le posizioni lavorative?

“Prima di tutto è essenziale concentrare la propria ricerca di una nuova occupazione negli ambiti giusti, pensando a quelle che sono le effettive necessità del mercato del lavoro e le proprie competenze – spiega Carola Adami, head hunter e Ceo di Adami & Associati – il secondo passo è fare in modo di presentarsi nel migliore dei modi possibili al recruiter”. E per fare buona impressione è fondamentale accompagnare il curriculum vitae con una lettera di presentazione scritta ad hoc, senza riutilizzare il medesimo testo per ogni candidatura.

Come realizzare il curriculum perfetto?

Per aumentare le probabilità di essere chiamati a un colloquio di lavoro è necessario creare un CV efficace, senza errori, chiaro ed esaustivo, capace di distinguersi dai tantissimi curricula che i selezionatori esaminano ogni giorno.

Realizzare il curriculum perfetto, però, non è facile. Al di là di errori grammaticali a diminuire l’efficacia di questi documenti sono le imprecisioni, le informazioni mancanti, la struttura poco chiara, il focus insufficiente sulle parti più importanti. Migliorando invece la propria presentazione, aumentano le probabilità di essere scelti. E certamente questo è il momento giusto per migliorare il proprio CV, sia in vista della ripresa sia considerando il maggior tempo a disposizione.