Paura o speranza? La visione del futuro al tempo del Covid-19

Come sarà il mondo dopo il Covid 19? E come vediamo il nostro futuro mentre siamo in quarantena, con il fiato sospeso per le notizie? Un gruppo di lavoro, Future of Italy, tra il 25 febbraio e il 25 marzo ha elaborato 55.931.983 conversazioni tra post, commenti, tweet, video sui social per descrivere come siamo, come ci sentiamo e cosa dovremo fare dopo l’emergenza. L’analisi delle conversazioni ha evidenziato quattro differenti stati d’animo, paura, confusione, critica delle decisioni e dei risultati, e speranza nel futuro. E se la paura ha dominato la prima fase delle misure di contenimento ha lasciato velocemente il passo alla speranza e alla confusione verso le misure adottate.

Gli spaventati

Gli “spaventati” temono il futuro e la condizione presente, raccontano sui social il loro disagio e la loro incapacità di prendere decisioni, riporta Ansa. Dall’analisi delle conversazioni in Italia emerge che la paura del Coronavirus non è principalmente sanitaria, ma nella maggioranza delle persone è un timore per la sicurezza personale, soprattutto economica. Gli italiani temono per il lavoro, l’economia, la scuola. Temono il panico e le azioni irresponsabili di altri cittadini. E coltivano il dubbio che non riusciremo a riprenderci, che le persone al comando non siano adeguate e che l’economia non riuscirà a ripartire.

I confusi

Si trovano nell’impossibilità di prendere decisioni informate perché non sono in grado di trovare informazioni univoche e rilevanti. L’analisi delle conversazioni fa emergere una confusione legata sia alla analisi del passato, costruendo dietrologie su cosa sarebbe stato meglio fare, sia al futuro, domandandosi se le misure prese in Italia siano corrette e sufficienti e se non sarebbe stato meglio seguire esempi di altri Paesi. Emerge però anche una confusione reale di interpretazione delle norme e comprensione dei limiti di mobilità, ancora considerati troppo imprecisi. E c’è anche la confusione di non capire in che modo e con che tempi guardare in avanti per costruire piani a medio-lungo termine.

I critici e gli speranzosi

I critici sono alla ricerca di un colpevole e si muovono nella dinamica di attacco a qualunque proposizione e iniziativa. Nelle conversazioni sui social la critica non risparmia quanto è stato fatto e quanto dovrà essere fatto per arginare l’epidemia. Il nemico cercato è multiforme, e ritrova la sua formulazione nelle dinamiche più comuni, il diverso, l’avversario, il Governo e “gli altri”.

Gli speranzosi invece raccontano i piccoli successi e si muovono verso la creazione di una visione positiva del futuro, in modo attivo e determinato.

Nelle conversazioni la speranza trova un primo, forte, appiglio nell’essere italiani, un’appartenenza vissuta come sinonimo di coraggio. Il senso di orgoglio è confermato e alimentato dalle storie e dalle testimonianze degli operatori sanitari in prima linea nella lotta all’epidemia. L’efficienza, unita ai sacrifici riconosciuti al personale del Ssn risulta determinante nel convincere gli utenti a rispettare la quarantena al fine di non vanificare tali sforzi.

Il mercato Tech non si ferma per il Covid-19

Nella settimana dal 24 febbraio al 1° marzo 2020 il mercato italiano Tech mostra una certa tenuta rispetto all’emergenza Covid-19, e registra un -1,9% a valore rispetto alla media delle quattro settimane precedenti. Un dato più positivo rispetto a quello della settimana precedente (17-23 febbraio), che aveva fatto registrare un -8,4%, e decisamente positivo (+8,8% a valore) rispetto alla stessa settimana del 2019 . Le rilevazioni GfK sui consumatori, il Retail Panel Weekly, mostrano una certa preoccupazione, ma gli italiani si stanno attrezzando per affrontare la nuova situazione. Insomma, cambiano le abitudini di consumo, ma l’online aiuta ad affrontare la nuova situazione.

Crescita esponenziale di prodotti per l’air cleaning, +122,7% 

Analizzando l’andamento dei prodotti Tech più importanti per fatturato, rispetto allo scorso anno emergono diverse positività. I televisori registrano un +7,5% a valore rispetto alla stessa settimana del 2019, gli smartphone un +13,3%, i pc portatili un +5,8% e le lavatrici un +4,7%. Da segnalare la crescita esponenziale del comparto dell’air treatment (+122,7%) trainato dal boom delle vendite di prodotti per l’air cleaning, ovvero i dispositivi che purificano l’aria di casa eliminano batteri, particelle inquinanti e altre micro-sostanze tossiche.

Altri prodotti mostrano invece trend negativi, come gli shavers (-3.7%) e i media tablet (-1,1%).

Un impatto parziale sul trend positivo di inizio 2020

Guardando ai dati preliminari, GfK prevede quindi un dato in crescita per tutto il mese di febbraio 2020 rispetto allo scorso anno. Per ora, quindi, i cambiamenti dei consumi legati al coronavirus sembrano aver impattato solo parzialmente sul trend positivo che ha caratterizzato il mercato italiano della Tecnologia di consumo all’inizio del 2020. Nelle scorse settimane GfK ha attivato un nuovo tracking settimanale per misurare gli effetti del Coronavirus sugli stili di vita, le abitudini e le strategie di consumo degli italiani, con un focus particolare su trasporti e mobilità, viaggi e vacanze, tempo libero e igiene personale. I primi risultati mostrano come dopo i primi giorni di forte disorientamento e incertezza i consumatori italiani stiano cercando di organizzarsi per affrontare questa nuova situazione.

I consumatori si adattano alla nuova situazione e si fanno aiutare dall’online

Cambiano quindi le abitudini e i consumi, perché ovviamente le persone passano molto più tempo in casa rispetto al passato anche recentssimo.

In questo contesto il digitale diventa uno strumento importante per affrontare le difficoltà del momento. Oltre ai prodotti Tech e all’alimentare in questi giorni gli italiani dichiarano di aver acquistato online molto più del solito anche prodotti per l’igiene e la cura della persona (+9%), prodotti di elettronica (+5%) e di abbigliamento (+2%).

Imprese, segnali di tenuta a Milano Monza Brianza Lodi

Segnali di tenuta per l’industria manifatturiera di Milano, Monza e Brianza e Lodi. Nel quarto trimestre 2019 le imprese milanesi registrano una crescita a livello tendenziale per la produzione del +0,9% rispetto allo scorso anno, e per il fatturato totale del +2,8%. A Monza e Brianza aumentano in un anno il fatturato totale (+0,3%), ed è in lieve crescita anche la domanda estera (+0,8%).

A livello tendenziale andamento nettamente positivo per la produzione (+5,2%) anche a Lodi, mentre il fatturato cresce complessivamente del +0,7%.

Da quanto emerge da un’anticipazione dei dati dal Monitor congiunturale del quarto trimestre 2019 del Servizio Studi della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, a livello congiunturale, poi, si assiste a una generale ripresa rispetto ai valori del terzo trimestre 2019.

L’andamento dell’industria milanese

La produzione industriale manifatturiera milanese registra un +0,9% su base annua rispetto al -0,2% lombardo (-0,2% la variazione congiunturale rispetto al trimestre precedente), mentre l’incremento del fatturato totale si attesta a un +2,8% rispetto al +1,5% regionale, sempre su base annua (+0,3% a livello congiunturale). Cresce in particolare il fatturato estero (+4,2%), ma anche quello interno (+2%). Gli ordini totali registrano una variazione in un anno del +1,1% (rispetto al +0,3% lombardo), trainati dalla domanda estera (+2,7% rispetto al +0,9% regionale), mentre quella interna segna un +0,2% (-0,1% in Lombardia). Rispetto al terzo trimestre 2019 rallenta però la sua crescita sia la domanda estera (-0,7%) sia quella interna (-1%).

La produzione industriale manifatturiera di Monza e Brianza

La produzione industriale manifatturiera di Monza e Brianza registra una variazione tendenziale in calo del -0,9%, in ripresa però rispetto a quella registrata nel terzo trimestre 2019 (+0,1%). Su base annua il fatturato cresce complessivamente del +0,3% grazie alla componente estera (+4,9%), mentre il fatturato interno è in flessione (-2,5%), e gli ordini totali sono in lieve crescita grazie agli ordini esteri (+0,8%). Rispetto al trimestre precedente si segnala comunque una ripresa generale del +0,7% per il fatturato totale, +1,4% gli ordini esteri, e +0,1% quelli interni.

A Lodi variazione tendenziale positiva: +5,2%

L’industria manifatturiera lodigiana registra per la produzione una variazione tendenziale molto positiva, pari a +5,2% su base annua (rispetto al -0,2% regionale), che migliora anche la performance del trimestre precedente (+2%).

Il fatturato totale cresce del +0,7% grazie al fatturato estero, che segna un +3,6%, mentre è in lieve flessione quello interno (-0,5%).

In un anno però diminuiscono gli ordini totali (-3,6%), sia esteri (-6%) sia interni (-2,6%), ma rispetto al trimestre precedente sono in ripresa gli ordini interni (+3,8%), stabile il fatturato totale, in calo gli ordini esteri (-1,4%).

 

Attenzione alle minacce di conversation hijacking

In netto aumento negli ultimi mesi gli attacchi informatici definiti di domain impersonation, utilizzati per aprire la strada al conversation hijacking. L’analisi arriva dai ricercatori di Barracuda, la compagnia di cybersicurezza, che hanno verificato circa 500.000 attacchi e-mail mensili, e ne hanno rilevato un incremento del 400%. Si tratta di attacchi sofisticati e molto mirati, cosa che li rende efficaci, difficili da rilevare e costosi. Ma che cosa è il conversation hijacking? Si tratta di un attacco alla posta elettronica aziendale: i criminali informatici si inseriscono nelle conversazioni aziendali esistenti o ne avviano di nuove in base alle informazioni raccolte da account di posta elettronica compromessi o da altre fonti. Gli hacker quindi leggono le e-mail e monitorano l’account compromesso per comprendere le attività aziendali e raccogliere informazioni su trattative in corso, procedure di pagamento e altri dettagli.

Sfruttare le informazioni provenienti da account compromessi

Secondo Barracuda nel luglio 2019 si sono verificati circa 500 attacchi di domain impersonation nelle e-mail analizzate, e a novembre erano oltre 2000.

I cybercriminali raramente utilizzano gli account compromessi per il conversation hijacking, ma ricorrono piuttosto all’email domain impersonation. Sfruttano le informazioni provenienti dagli account compromessi, comprese le conversazioni interne ed esterne tra dipendenti, partner e clienti, per elaborare messaggi convincenti, inviarli da domini falsi e indurre con l’inganno le vittime a effettuare trasferimenti di denaro o aggiornare informazioni di pagamento. Alla predisposizione dell’attacco dunque i cybercriminali dedicano molto tempo alla pianificazione del conversation hijacking prima di lanciare i loro attacchi. Utilizzano l’account takeover o effettuano ricerche sull’organizzazione target per comprendere le transazioni aziendali e preparare gli attacchi.

Utilizzare la domain impersonation e registrare falsi domini

I criminali informatici utilizzano la domain impersonation, ricorrendo, tra le altre, anche a tecniche di typosquatting, come la sostituzione o l’aggiunta di una lettera nell’URL. In preparazione dell’attacco, i cybercriminali registreranno o acquisteranno un dominio dal nome simile a quello che vogliono imitare.

La domain impersonation è per questo un attacco a impatto molto elevato. Può essere facile non avvertire le sottili differenze tra l’URL legittimo e quello imitato, riporta Askanews. A volte, i criminali modificano il Top-Level-Domain (TLD), utilizzando .net o .co anziché .com, per ingannare le vittime.

Obiettivo, indurre a trasferire denaro o effettuare pagamenti

In ultima analisi, l’obiettivo di questi attacchi è indurre con l’inganno le vittime a trasferire somme di denaro, effettuare pagamenti o modificare i dettagli di pagamento. La domain impersonation e il conversation hijacking richiedono un investimento sia in termini di tempo sia di denaro da parte dell’hacker. Un costo che per i criminali vale sicuramente la pena sostenere, in quanto questi attacchi personalizzati hanno spesso più successo rispetto ad altri attacchi di phishing meno sofisticati.

Le Pmi italiane sono le più “punite” in Europa

Un primato italiano in Europa, quello di essere il più tassato e punito per i mancati adempimenti fiscali. Ma l’Italia si distingue anche tra i Paesi più tartassati per i reati fiscali, e per quanto riguarda l’ammontare del carico fiscale e contributivo, è preceduta solo dalla Francia. Ed è sul podio negativo anche per una situazione in cui la burocrazia la fa da padrona. I dati allarmanti emergono dal Rapporto tra regimi di tassazione e punibilità del reato di evasione: un primato italiano, redatto dell’osservatorio nazionale per le piccole e medie imprese di Conflavoro Pmi.

Un Paese tra i più tartassati per i reati fiscali

L’Italia è quindi al primo posto in Europa in una classifica in cui nessuno ambisce alla vetta. Alcuni esempi? Su 23 Paesi presi in esame dal Rapporto solo in altri cinque oltre l’Italia, ovvero Irlanda, Lituania, Portogallo, Slovacchia e Bulgaria, sono previste sanzioni per il reato di elusione fiscale.

L’Italia poi spicca anche come Paese tra i più tartassati per i reati fiscali, insieme a Slovacchia, Portogallo e Regno Unito. Per quanto riguarda l’ammontare del carico fiscale e contributivo, solo la Francia ci precede sul podio. Ma il problema, tutto tricolore, è la pesantissima burocrazia, che evidentemente ha le sue colpe nella relazione tra regime fiscale, punibilità e conseguente mancato sviluppo imprenditoriale.

“Serve una riforma fiscale che vada incontro agli standard europei”

L’Italia poi è ultima in Europa anche nella classifica sulla facilità di pagare le tasse e reperire informazioni utili per la valutazione degli oneri di conformità fiscale. E a livello mondiale, per quanto riguarda le tempistiche e gli adeguamenti circa gli adempimenti fiscali e contributivi, l’Italia è al 128° posto. Fanno meglio Guayana, Albania, Giamaica, St. Kitts e Nevis, Paraguay e Mozambico, riporta Adnkrons. “Gli oneri fiscali per imprese e lavoratori è ancora ai massimi livelli. Anzi, la situazione per le Pmi è destinata a peggiorare – sottolinea Roberto Capobianco, presidente di Conflavoro Pmi -. Con questa politica le nostre imprese non sono libere di lavorare, non hanno stabilità, sono in equilibrio precario. Serve una riforma fiscale che vada incontro agli standard europei”.

L’Italia “deve definire carichi fiscali che non frenino lo sviluppo delle Pmi”

“Evidentemente le richieste dell’Europa – aggiunge il presidente di Conflavoro Pmi – vanno ascoltate solo quando fa comodo a Germania e Francia. La realtà dei fatti è che l’Italia deve definire carichi fiscali meno pressanti, carichi che non frenino lo sviluppo delle nostre Pmi e che permettano anzi una leale competizione con gli altri Paesi europei. Ricordiamoci – sottolinea Capobianco – che più tasse, con l’aggiunta di una burocrazia enorme, significano più manette. Significa condannare lo sviluppo del nostro tessuto imprenditoriale e dunque la crescita di tutto il Paese”.

Contraffazione, alle aziende italiane costa 30 miliardi

La contraffazione sembra essere un fenomeno inarrestabile nel nostro Paese. Non solo: è in continua crescita, tanto che nel 2019 il 30,5% dei consumatori ha acquistato un prodotto contraffatto o ha usufruito di un servizio illegale (+3,7% rispetto al 2016 e +4,9% in confronto al 2013). Sul fronte delle imprese del commercio e dei servizi, il 66,7% si ritiene danneggiato (era il 65,1% nel 2016), ma soprattutto il costo dell’illegalità si eleva a oltre 30 miliardi, mettendo peraltro a rischio circa 200 mila posti di lavoro. Sono alcuni dei dati più significativi che emergono dall’indagine Confcommercio su illegalità, contraffazione e abusivismo, presentati nell’ambito della Giornata “Legalità ci piace”.

Abbigliamento e prodotti farmaceutici “tarocchi” in aumento

Ma quali sono gli articoli più contraffatti e più acquistati? La ricerca rivela che è in aumento rispetto al passato l’acquisto illegale di abbigliamento (+9,4% sul 2016), prodotti farmaceutici (+2,8), prodotti di intrattenimento (+1,5), pelletteria (+0,4) e giocattoli (+0,3). In crescita l’utilizzo del web, in prevalenza per  giocattoli (+12,1%), prodotti di pelletteria (+10,5) e capi di abbigliamento (+9). E’ per lo stesso web, d’altronde, che passa gran parte dell’intrattenimento (89% della musica, film, abbonamenti tv, eccetera) e quasi la metà (47,9%) dei servizi turistici (alloggio, ristorazione, trasporti) illegali. Per la maggior parte dei consumatori l’acquisto di prodotti o servizi illegali è sostanzialmente legato a motivi di natura economica (82%) ed è ritenuto “normale” (73%), una tendenza diffusa in prevalenza tra i giovani tra i 18 e i 24 anni. Oltre il 90% dei consumatori, comunque, è consapevole dei rischi dell’acquisto illegale e degli effetti negativi di questo fenomeno.  Il  66,8%, in particolare, è informato sul rischio di incorrere in sanzioni amministrative in caso di acquisto di prodotti contraffatti. Il consumatore “illegale” ha più di 25 anni, risiede principalmente al Sud (per il 43,7%), ha un livello d’istruzione medio-basso (per il  77,2%), ed è soprattutto impiegato, pensionato o operaio (per il 69,7%).

Un danno enorme per le imprese

“Contraffazione e abusivismo sono due piaghe che certo penalizzano in particolare i nostri settori, ma che indeboliscono tutta la filiera del made in Italy e la salute del sistema paese sovvenzionando le catene della criminalità organizzata”, ha detto il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli. Piaghe che si riflettono pesantemente sui conti delle imprese del terziario di mercato. Il report, infatti, sottolinea che i fenomeni criminali percepiti più in aumento sono contraffazione (34,8%), abusivismo (34%), furti (29%) e rapine (25%). La concorrenza sleale (60,8%) e la riduzione del fatturato (37,8%) sono invece gli effetti ritenuti più dannosi. Per quanto riguarda infine la piaga del  taccheggio, il 69,3% delle imprese del commercio al dettaglio ne è stato vittima almeno una volta, un dato più forte nel Nord Ovest (75,5%) e nel Centro (73,6%).

Invecchiare alla luce blu degli schermi

Passare troppo tempo davanti al pc o il tablet, ma anche sullo smartphone, fa invecchiare precocemente. Le lunghezze d’onda blu prodotte dai diodi luminosi degli schermi dei nostri dispositivi danneggiano le cellule del cervello e la retina, e riducono la durata della vita. Anche se non colpiscono direttamente gli occhi. Almeno, è quanto suggerisce, una ricerca dell’Oregon State University, condotta su un modello animale, Lo studio, pubblicato su Aging and Mechanisms of Disease, ha coinvolto infatti un moscerino, la Drosophila melanogaster, organismo chiave per la ricerca a causa dei meccanismi cellulari che condivide con altri animali, inclusi gli esseri umani.

Una scoperta sorprendente per gli stessi ricercatori

Il team con a capo Jaga Giebultowicz ha esaminato la risposta di questi insetti a esposizioni giornaliere della durata di 12 ore alla luce a led blu, scoprendo che questo “trattamento” accelerava l’invecchiamento degli esemplari. E non solo a livello cerebrale.I moscerini esposti a cicli giornalieri di 12 ore di luce blu e 12 ore di oscurità hanno avuto una vita più breve rispetto ai compagni tenuti nell’oscurità totale o alla luce con le lunghezze d’onda blu filtrate. Più in particolare, gli insetti esposti alla luce blu mostravano danni alle cellule retiniche e ai neuroni cerebrali, e una capacità di movimento ridotta. Non solo, alcuni moscerini dell’esperimento erano mutanti privi di occhi, e anche loro mostravano danni cerebrali e problemi di locomozione, suggerendo che il danno arrivava anche se la luce blu non colpisce gli occhi.

“Una maggiore esposizione alla luce artificiale è un fattore di rischio”

La luce naturale, osserva Giebultowicz, è cruciale per il ritmo circadiano del corpo, il ciclo di 24 ore di processi fisiologici come l’attività delle onde cerebrali, la produzione di ormoni e la rigenerazione cellulare. “Ci sono prove che suggeriscono che una maggiore esposizione alla luce artificiale è un fattore di rischio per il sonno e i disturbi circadiani”, ha detto Giebultowicz. “E con l’uso prevalente dell’illuminazione a led e dei display dei dispositivi, gli esseri umani sono soggetti a quantità crescenti di luce blu”. Infine si è visto che i moscerini, se possono, tendono a evitare la luce blu.

Alcune precauzioni per evitare di essere danneggiati

“Poiché la scienza cerca modi per aiutare le persone a essere più sane e vivere più a lungo, progettare uno spettro di luce più salubre potrebbe essere utile”, osserva Eileen Chow, coautrice dello studio. Nel frattempo, possiamo prendere alcune precauzioni per evitare di essere danneggiati. Come, ad esempio, utilizzare occhiali con lenti color ambra, che filtrano la luce blu e proteggono le retine. In ogni caso, telefonini, laptop e altri dispositivi possono essere impostati per bloccare le emissioni blu, riporta Adnkronos.

“In futuro potrebbero essere inventati telefoni che regolano automaticamente il display in base alla durata dell’utilizzo percepito dal telefono – afferma Trevor Nash, autore principale della ricerca -. Questo tipo di telefono potrebbe essere difficile da realizzare, ma probabilmente avrebbe un grande impatto sulla salute”.

Trasferirsi all’estero, 2 italiani su 3 sono pronti a “emigrare”

Viaggiare o addirittura trasferirsi all’estero per migliorare la propria situazione professionale. Due italiani su tre, il 67%, sono pronti a fare le valigie, se potessero ottenere un avanzamento di carriera e un miglior equilibrio fra lavoro e vita privata: il 3% in più della media globale e il 12% in più di quella europea. E se il 64% si trasferirebbe a fronte di un notevole aumento di stipendio il 57% lo farebbe per ottenere una carriera più soddisfacente. il 4% sulla media mondiale.

Sono i risultati dell’ultima edizione del Randstad Workmonitor, l’indagine trimestrale sul mondo del lavoro di Randstad, l’operatore mondiale nei servizi per le risorse umane.

Germania e Stati Uniti le mete preferite

Ma dove andrebbero gli italiani in cerca di un lavoro più remunerativo? Quasi un italiano su due resterebbe in Europa, con in cima alle preferenze la Germania (9%), seguita da Francia, Svizzera e Spagna (8%), Regno Unito (7%), Austria (4%), e Belgio (3%). Al di fuori del continente le mete più ambite sono invece Stati Uniti (6%), Australia (5%) e Canada (3%).

In generale, comunque sono gli Stati Uniti a raccogliere più preferenze fra i lavoratori globali, col 10% delle scelte, seguiti da Germania (8%), Regno Unito (7%), Australia (7%), e Canada (6%). Al contrario, soltanto il 3% di essi emigrerebbe in Italia.

Il 49% preferirebbe partire piuttosto che cambiare carriera

La prospettiva dell’emigrazione è preferibile al cambiamento di carriera per il 49% degli intervistati, cinque punti in meno della media globale, ma ben sette in più della media europea. E sono poche le differenze di genere ed età, a eccezione della fascia dei 35-44enni (38%). Il 57% dei dipendenti, inoltre, sarebbe disposto a trasferirsi in un altro paese su richiesta dell’azienda per non perdere il posto di lavoro, una percentuale molto superiore alla media dell’Europa centro-settentrionale (41%), orientale (35%), e meridionale (51%).

Una spia di allarme sulle opportunità offerte dal mercato italiano

“L’elevata propensione degli italiani a spostarsi all’estero per dare una spinta alla propria carriera testimonia l’intraprendenza e la consapevolezza da parte degli italiani di un mondo del lavoro sempre più globale, ma rappresenta anche una spia di allarme sulle opportunità offerte dal mercato italiano – afferma Marco Ceresa, AD Randstad Italia -. Un’eccessiva emigrazione dei profili migliori però rischia di tradursi in un impoverimento sociale ed economico del paese”.

In ogni caso, riporta Adnkronos, gli italiani non sognano solo una carriera lontano da casa. Potendo scegliere ben il 72% vorrebbe trovare impiego in un’azienda facilmente raggiungibile a piedi o in bicicletta, una percentuale di quattro punti sopra la media globale. Un risultato in parziale controtendenza

Il riconoscimento facciale su Facebook non sarà più automatico

Facebook non smette di rinnovarsi, e da qualche tempo lo fa soprattutto per tutelare la privacy dei propri utenti. L’ultima novità riguarda la gestione del riconoscimento facciale, che non sarà più automatico.

La decisione è stata presa in nome della privacy e del rispetto della volontà dell’utente di non comparire nei tag. Forse perché la funzione Tag Suggestions, che ha utilizzato il riconoscimento facciale solo per suggerire a un utente di taggare gli amici nelle foto, è al centro di una causa relativa alla privacy dal 2015. Di fatto ora gli utenti del social network di Mark Zuckerberg potranno scegliere o meno di attivare la funzione attraverso un esplicito opt-in, ovvero l’opzione attraverso la quale si esprime il proprio consenso.

Il riconoscimento sostituirà l’attuale funzione attiva di default

Il riconoscimento facciale, disponibile per alcuni utenti di Facebook dal mese di dicembre del 2017, avvisa anche il titolare di un account se la sua foto del profilo viene utilizzata da qualcun altro.

Come ha spiegato la società in un post sul proprio blog il riconoscimento sostituirà l’attuale funzione di default chiamata appunto Tag Suggestions (Suggerimenti tag), che consentiva a Facebook di taggare automaticamente i propri amici nelle foto postate se questi a loro volta avevano attivato la funzionalità.

Saranno gli utenti a decidere se taggare se stessi o meno

Da oggi invece, se si decide di utilizzare la funzione, la tecnologia di riconoscimento facciale avviserà gli utenti delle immagini in cui appaiono, ma in cui non sono taggati, e saranno gli utenti stessi a valutare se “taggarsi” o meno. Nel caso in cui non si farà alcuna scelta, il riconoscimento facciale rimarrà disattivato di default, e il social network invierà una semplice notifica che suggerisce la novità.

Per tutti i nuovi utenti, e per quelli che avevano attivi i suggerimenti dei tag, Facebook fornirà informazioni sulla nuova funzione, riferisce Adnkronos.

Anche la funzionalità Photo Review non sarà attivata automaticamente

“Se al momento non disponi dell’impostazione di riconoscimento facciale e non fai nulla, non utilizzeremo il riconoscimento facciale per riconoscerti o suggerire tag – spiega il social -. Inoltre, funzionalità come Photo Review, che ti consente di sapere quando compari nelle foto anche se non sei taggato, purché tu abbia l’autorizzazione a vedere il post in base alle sue impostazioni sulla privacy, non saranno attivate. Le persone saranno comunque in grado di taggare manualmente gli amici, ma non suggeriremo tag se non hai attivato il riconoscimento facciale “, spiega ancora il gigante del web.

 

 

Meglio lo smart working che rinunciare alle ferie

Sì allo smart working per due italiani su tre, anche e soprattutto in vacanza. Perché è meglio portarsi il lavoro al mare o in montagna piuttosto che rinunciare alle ferie o doverle ridurre notevolmente. È quanto emerge da una recente indagine svolta su un campione di 500 connazionali da Axess Public Relations, agenzia di pubbliche relazioni italiana specializzata nell’healthcare, assicurazioni e no profit.

“La cultura del lavoro – dichiara ad askanews Dario Francolino, presidente di Axess Public Relations -, per alcune professioni si è completamente trasformata, come osserviamo ormai quotidianamente grazie o per colpa dello Smart Working. Guardiamo il lato positivo, così si evitano anche stress e traumi da rientro”. Insomma, senza aver mai completamente “abbandonato” il Pc (e avendo fatto vacanze più lunghe di quelle che sarebbe stato possibile fare) il ritorno alla solita vita è più soft e meno traumatico.

Smart working, per chi è ideale e perché

Lo smart working è il sogno di molti, ma è particolarmente efficace per alcune figure professionali in particolare.

“Lo smartworking è un vero toccasana per alcune professioni più creative, che non necessitano di lavorare per forza dall’ufficio – dice ancora Francolino -. È così che si riescono a conciliare le diverse esigenze dei dipendenti tra cui per esempio la possibilità di avere più supporto nella cura dei figli o dei genitori”. Insomma, così si riesce a conciliare famiglia e lavoro, senza spostamenti e soprattutto senza sacrifici.

L’importanza di responsabilità e rispetto reciproco

Ovviamente, la possibilità di lavorare lontano dall’ufficio presuppone un consolidato rapporto di fiducia, senso di responsabilità e condivisione di regole generali con l’azienda. Un esempio? Per il lavoratore tener conto delle dead line; per l’azienda rispettare il tempo libero dei dipendenti, che non devono lavorare o essere raggiungibili per 24 ore su 24. Solo così le nuove condizioni di lavoro possono essere veramente soddisfacenti per tutte le parti in causa.

Cellulare, non è vero che fa male

Buone notizie anche per quanto riguarda i cellulari, strumenti più che necessari nello smart working. Sulla base del Rapporto Istisan “Esposizione a radiofrequenze e tumori: sintesi delle evidenze scientifiche” l’Istituto Superiore di Sanità diffonde notizie confortanti circa l’utilizzo prolungato del cellulare, che se usato per oltre dieci anni, non farebbe incrementare il rischio di neoplasie maligne (glioma) o benigne (meningiomi, neuromi acustici, tumori dell’ipofisi o delle ghiandole salivari). Insomma, via libera al cellulare, soprattutto se significa poter lavorare senza rinunciare alle meritate vacanza.