L’identikit delle aziende italiane di e-commerce

La pandemia ha fatto compiere all’Italia un salto evolutivo di 10 anni verso il digitale, in particolare sul fronte dell’e-commerce. Nel 2022 gli acquisti online sono stimati in crescita del +14% (45,9 miliardi di euro), rispetto ai 27 miliardi del 2018. Oggi le oltre 70 mila le aziende che vendono online sono costituite principalmente da società di capitali (53,6%), contro un 29,5% di imprese individuali e un 15,2% di società di persone. Si tratta prevalentemente di aziende di piccole dimensioni, con un fatturato che quasi nel 90% dei casi risulta inferiore ai 5 milioni di euro. Nell’80% circa dei casi hanno meno di 10 dipendenti (meno di 5 nel 64% del totale). Sono alcuni dati elaborati dalla piattaforma di marketing intelligence di CRIF, che ha delineato l’identikit delle aziende di e-commerce italiane.

Settori e distribuzione geografica

In questi ultimi anni difficili, queste aziende hanno sofferto meno la crisi: il 31% di società di capitali ha registrato addirittura un fatturato in crescita nell’ultimo biennio, e nel 30% dei casi si tratta di realtà in crescita anche come numero di dipendenti. Il settore di appartenenza prevalente è quello del commercio all’ingrosso e al dettaglio (51,7% del totale), seguito da attività manifatturiere (17,5%), agricoltura (5%), servizi di informazione e comunicazione (4,6%), e attività dei servizi di alloggio e ristorazione (3,5%).
La localizzazione geografica vede al primo posto la Lombardia (18% del totale), seguita da Lazio (9,9%), Campania (9,5%), Veneto (8,8%) ed Emilia Romagna (8,4%).

Rischiosità commerciale, digital attitude e innovazione 

Da sottolineare anche come le aziende di e-commerce italiane risultino anche più virtuose dal punto di vista della rischiosità commerciale, con una quota di aziende caratterizzate da un livello di rischio molto basso, quasi il doppio rispetto alla media italiana (16,7% del totale vs 9%). Analizzandole sulla base di due score proprietari di CRIF, che misurano la digital attitude e il livello di innovazione, emerge che rispettivamente nel 74% e nel 72,3% dei casi mostrano un grado elevato di digitalizzazione e innovazione.
“Segnali positivi che danno fiducia anche per quanto riguarda la capacità di queste imprese di fronteggiare una situazione economica e geopolitica ancora difficile e incerta”, commenta Simone Capecchi, Executive Director CRIF.

Le Pmi digitali e il PNRR

“Nel contesto del PNRR – continua Capecchi -, lo sviluppo del commercio elettronico delle Pmi in Paesi esteri costituisce uno dei titoli degli strumenti finanziari previsti dal Piano, con contributi a fondo perduto fino al 40% per lo sviluppo piattaforme di e-commerce e di web marketing. E i player finanziari possono giocare un ruolo fondamentale nel supporto alle imprese in questo percorso di sviluppo digitale. Per farlo, è fondamentale una conoscenza approfondita delle imprese stesse, messa a disposizione agevolmente da piattaforme che valorizzino l’intero ecosistema di dati e analytics”. 

Imprese estere in Italia: 19,3% fatturato industria e servizi, e +23,6% occupati

Le imprese a controllo estero in Italia generano da sole il 19,3% del fatturato nazionale del settore industria e servizi, pari a 624 miliardi di euro. E nel decennio 2009-19 il numero degli occupati delle multinazionali estere è cresciuto del 23,6% (+289mila addetti), raggiungendo 1,5 milioni di dipendenti, l’8,7% del totale degli occupati delle imprese a livello nazionale. Le multinazionali estere in Italia sono 15.779, ma se corrispondono solo allo 0,4% del totale delle imprese residenti, rappresentano un driver fondamentale di crescita del sistema produttivo e dell’economia del nostro Paese.  Sono alcuni dati emersi dal report ‘Le imprese estere in Italia e i nuovi paradigmi della competitività’ dell’Osservatorio Imprese Estere, nato per iniziativa dell’Advisory Board Investitori Esteri (Abie) di Confindustria.

In dieci anni +70% di valore aggiunto

Sempre nel periodo 2009-19, le imprese estere hanno registrato un incremento del valore aggiunto di quasi il 70%, passando dai 79 miliardi di euro del 2009 ai 134 miliardi di euro del 2019 (+55 miliardi), con una crescita anche della quota sul totale del Paese, passata dal 12,6% al 16,3%. Significa che le imprese estere hanno contributo quasi al 30% dell’incremento del valore aggiunto nel decennio considerato. Altrettanto rilevante anche l’apporto di queste imprese agli scambi commerciali con l’estero, toccando quasi un terzo (32%) delle esportazioni, e oltre il 46% delle importazioni realizzate dal complesso delle imprese residenti in Italia.

Un investimento pari al 26% della spesa per la ricerca privata

Le multinazionali a capitale estero si distinguono poi per una significativa propensione a investire nel Paese e a innovare, fornendo un importante impulso al settore Ricerca & Sviluppo, grazie all’investimento complessivo di 4,3 miliardi di euro nel 2019, pari al 26% del totale della spesa per la ricerca privata realizzata in Italia. Le imprese estere operano prevalentemente in settori con tecnologia più elevata e partecipano al trasferimento tecnologico da e verso le imprese domestiche, che sono incentivate all’introduzione di nuovi processi produttivi e al miglioramento delle competenze.
Inoltre, spesso assumono il ruolo di lead firm anche sui segmenti della filiera produttiva non direttamente integrati all’interno del perimetro societario. Le maggiori dimensioni e l’appartenenza a Gruppi con sedi in diversi Paesi non solo rendono le multinazionali complementari rispetto al tessuto industriale italiano, ma favoriscono l’internazionalizzazione del sistema produttivo del Paese.

Più resilienti di fronte alle sfide di oggi e del futuro

L’organizzazione manageriale tipica delle multinazionali, riporta Adnkronos, è un fattore particolarmente rilevante ai fini di una migliore capacità di gestione di investimenti complessi. Non sorprende pertanto se grazie al loro assetto organizzativo e alla loro presenza internazionale, le multinazionali si contraddistinguano anche per una forte sensibilità ai temi della sostenibilità ambientale. Questi elementi, uniti a una naturale disposizione a flessibilità e innovazione, rendono le imprese a controllo estero resilienti di fronte alle sfide di oggi e del futuro: dalla riorganizzazione delle modalità lavorative fino alla transizione ecologica e digitale.

Cosa fare quando la saracinesca è bloccata

Una saracinesca bloccata è un problema non indifferente, a prescindere da cosa essa custodisca. Pensiamo ad esempio ad un garage, dal quale al momento è impossibile uscire o entrare. C’è poi anche il caso del negozio che non può riaprire la vendita proprio perché la saracinesca non vuol saperne di tornare a funzionare correttamente.

Dunque i motivi per i quali andiamo in ansia quando una saracinesca si blocca e non vuol saperne di ricominciare a funzionare sono molteplici, e tutti alquanto concreti.

Ecco perché facciamo bene a cercare rapidamente un rimedio e fare in modo che la nostra saracinesca possa tornare a funzionare come prima. Certamente, bisogna sottolineare che nel caso di una particolare urgenza o quando viene messa a repentaglio la sicurezza delle persone, è meglio chiamare un servizio di pronto intervento 24 affinché un tecnico qualificato possa ripristinare la situazione in maniera definitiva.

Cosa impedisce il movimento della saracinesca?

Tipicamente ci sono alcune situazioni che si verificano più spesso delle altre e che solitamente sono la causa di problemi di questo tipo alle saracinesche.

Spesso infatti ad esempio, succede che le corde usurate si lesionino. Le corde infatti consentono alla saracinesca di sollevarsi e chiudersi, e sono soggette dunque ad una certa forza meccanica, per questo motivo si usurano ed è bene sostituirle periodicamente.

In altri casi invece possono essere direttamente i pannelli ad essersi danneggiati, e ciò solitamente può avvenire a causa di un urto come ad esempio una macchina che ha fatto una manovra involontaria.

In quel caso l’urto avrà causato la rottura di un pannello, il quale è in grado di andarsi ad incastrare nel cassone e dunque impedisce alla saracinesca di alzarsi o abbassarsi.

In ultima analisi potrebbe essere presente un guasto relativo al sistema elettrico della saracinesca per il quale essa non va più a ricevere l’impulso che le consente di azionarsi.

Principalmente queste sono le più frequenti casistiche per le quali una saracinesca si blocca.

Come far funzionare nuovamente la saracinesca?

La prima cosa da fare è quella di evitare di cercare di forzare la saracinesca sollevandola manualmente, in quanto in questo caso potremmo andare a peggiorare la situazione e causare altri danni.

Verifichiamo quindi innanzitutto che non vi sia stata una interruzione dell’energia elettrica nell’appartamento o nell’intera zona: le saracinesche alimentate a corrente elettrica infatti, non possono funzionare quando salta la luce.

In caso contrario, dunque se la fornitura elettrica non è stata sospesa, potrebbe esserci un problema al meccanismo che innesca il movimento della saracinesca.

Anche in questo caso è meglio chiamare un tecnico che possa verificare che le guide siano allocate perfettamente al proprio posto o se vi siano altri componenti da sostituire come i classici rulli ed i tamburi.

Se invece dovessi accorgerti visivamente che ci sono delle parti danneggiate, ad esempio la corda, puoi tentare autonomamente di sostituirla. Perciò devi aprire l’alloggiamento e a quel punto estrarre la vecchia corda che si è lesionata. Potrai mettere al suo posto una nuova corda così da rimettere ogni cosa al suo posto.

Se invece a danneggiarsi è stata una delle strisce della saracinesca, in questo caso è necessario individuare il pannello danneggiato e svitarlo, così da poterlo sostituire.

Queste principalmente sono le casistiche per le quali la saracinesca può smettere di funzionare e le modalità di intervento per farla tornare ad operare correttamente, sia in modalità di apertura che in chiusura.

Fai bene a ricorrere ai servizi di un tecnico specializzato nel caso in cui tu non abbia particolare dimestichezza con questo tipo di riparazioni.

Amazon e l’innovazione di impresa

Utilizzare Amazon come canale di vendita non rappresenta solo uno strumento di sviluppo commerciale, ma anche un mezzo per intraprendere cambiamenti aziendali in termini di strategia, organizzazione e professionalità coinvolte. Secondo lo studio Il contributo del marketplace di Amazon nell’innovazione di impresa, curato da Nomisma, uno dei primi risultati conseguenti all’avvio del rapporto con Amazon è l’adozione di una strategia multicanale, e per il 63% delle aziende l’online è diventato veicolo di vendita primario. Una dinamica che ha influito anche sulle performance di vendita. Se negli ultimi 3 anni l’85% delle imprese ha registrato un incremento del fatturato online, il fatturato totale è cresciuto per il 57% delle imprese che vendono principalmente offline e per l’81% di quelle che puntano in maniera prevalente sul canale online.

Più fatturato ed esportazioni

L’aumento del fatturato è dovuto all’ampliamento del bacino di utenza oltre il territorio nazionale.
A confermare questa espansione sono i dati relativi ai clienti delle aziende, il 26% dei quali localizzato in Paesi europei diversi dall’Italia e il 5% nel resto del mondo. In particolare, la quota dei clienti extra-nazionali è aumentata del 15% rispetto al periodo precedente all’attivazione del rapporto con Amazon.
Con Amazon, poi, le esportazioni sono raddoppiate, passando dal 16% al 32% delle vendite totali. Rimane invariata, invece, la catena dell’approvvigionamento, che resta radicata sul territorio italiano.
La facilità di accesso ai mercati internazionali, tuttavia, non è l’unico elemento ad aver giocato un ruolo importante nella crescita dell’export.

Lo sviluppo del customer service

Le imprese maggiormente orientate verso l’estero hanno infatti anche messo in atto miglioramenti strutturali e competenze, a partire dallo sviluppo di servizi di customer service nella lingua del cliente, ma anche mediante l’introduzione di prodotti più idonei per i mercati di destinazione, e il miglioramento dei metodi di amministrazione, distribuzione e produzione. 
Inoltre, per il 38% delle imprese si è ridotto il tempo tra ideazione e commercializzazione del prodotto, soprattutto per le realtà che hanno saputo sfruttare al meglio il rapporto diretto con i clienti.
Il 55% delle aziende, inoltre, afferma che la collaborazione con Amazon ha contribuito a migliorare il loro servizio e il 51% ha riscontrato un aumento del gradimento dei prodotti da parte della clientela.

Dotarsi di un marchio proprio

Oggi il 53% delle imprese che vendono tramite Amazon detiene un marchio di proprietà: il 23,3% delle aziende che non possedeva un brand ne ha acquisito uno proprio in seguito all’affiliazione. 
Questa decisione nasce dalla necessità di “uscire dall’anonimato”, ma in alcuni è stata decisiva nel determinare l’incremento del fatturato. Inoltre, lo sviluppo di un marchio di proprietà è legato anche all’ampliamento del catalogo dei prodotti (74%). La collaborazione con il marketplace ha portato però anche cambiamenti a livello di personale assunto. Il 47% delle imprese, infatti, ha introdotto nuove figure professionali che probabilmente non avrebbe inserito senza la collaborazione con Amazon.

L’industria farmaceutica in Italia è un settore in buona salute

Il settore farmaceutico italiano è in buona salute: lo si evince innanzitutto dal dato occupazionale, che vanta una crescita ininterrotta dal 2014, pari al 13% in sei anni. Inoltre, nel panorama manifatturiero nazionale il comparto farmaceutico si contraddistingue per una preponderanza di imprese di medie e grandi dimensioni.

“Dal 2008 al 2018, il comparto farmaceutico si è ulteriormente strutturato portando la quota di fatturato delle grandi imprese dal 77% all’82%”, commenta Lucio Poma, coordinamento scientifico Nomisma. La crescita del settore farmaceutico italiano, primo in Europa per numero di imprese coinvolte, rischia però di frenare per la carenza di materie prime e per i colli di bottiglia che gravano su tutta la catena del valore. È l’allarme lanciato dall’Osservatorio sul sistema dei farmaci generici, realizzato da Nomisma per Egualia, già Assogenerici.

Un incremento occupazionale in controtendenza rispetto alla manifattura

Al 2020, nelle imprese farmaceutiche localizzate in Italia sono impiegati circa 67.000 occupati, l’1,7% dei lavoratori del settore manifatturiero.

“Nell’ultimo anno il comparto farmaceutico ha registrato la crescita occupazionale più consistente tra tutti i comparti manifatturieri (+1,8%) – spiega Poma -. Focalizzando l’attenzione sull’ultimo decennio, il comparto è uno dei pochi a segnare un incremento occupazionale. La farmaceutica cresce, infatti, del 3,6%, in controtendenza rispetto alla manifattura”.

Tuttavia, rispetto all’anno precedente il numero è calato del -5,7%. “La flessione del 2020 deve essere interpretata nel contesto della pandemia – aggiunge Poma -, nonostante la flessione che il valore aggiunto farmaceutico ha registrato in valori assoluti, la sua incidenza sul totale manifatturiero è cresciuta dal 3,8% del 2019 al 4,1% del 2020”.

Le imprese del farmaceutico non smettono di investire

Dal 2008 al 2019 il settore farmaceutico ha registrato la maggiore crescita del valore della produzione (+7,1%), in controtendenza rispetto all’andamento manifatturiero complessivo.

“Secondo le stime di Farmindustria – prosegue Poma -, con 2,3 miliardi di euro di medicinali prodotti e una quota sulla produzione totale UE pari al 23%, l’Italia è leader a livello europeo”, davanti a Germania, Francia e Regno Unito.

Inoltre, a differenza di altri settori produttivi, le imprese del farmaceutico non hanno smesso di investire. Nel decennio l’Osservatorio ha rilevato una crescita dell’incidenza degli investimenti farmaceutici sugli investimenti totali manifatturieri di mezzo punto percentuale, dal 2,9% del 2008 al 3,4% del 2019.

Il sesto comparto per valore dell’export nazionale

Dal punto di vista dell’export il settore farmaceutico ha segnato una crescita del +3,8% rispetto al 2019, che lo conferma il sesto comparto per valore dell’export nazionale. Al 2020 le esportazioni del farmaceutico valgono 33,9 miliardi di euro, con un tasso di crescita in dodici anni del +184%.

“La maggiore intensità di crescita delle esportazioni farmaceutiche rispetto a quelle manifatturiere complessive comporta una continua ascesa delle quote di esportazioni di questo comparto sul totale delle esportazioni italiane – sottolinea Poma -. Se nel 2008 le esportazioni di settore pesavano per il 3,4% su quelle manifatturiere, nel 2020 tale valore risulta più che raddoppiato, superando la soglia dell’8%”.

Terziario lombardo: Servizi +5,5%, Commercio al dettaglio -0,2%

I risultati del terziario lombardo nel terzo trimestre dell’anno evidenziano un quadro complessivo contrastante, anche se gli elementi positivi sembrano prevalere e le aspettative degli imprenditori sono compatibili con un trend di crescita. Secondo i dati congiunturali del terzo trimestre 2021 di Unioncamere Lombardia relativi al terziario lombardo i Servizi registrano un incremento del +5,5% sostenuto dai prezzi, mentre il Commercio al dettaglio si ferma al -0,2%.
“Come Regione rimane l’impegno di mettere in campo tutto il sostegno possibile con misure concrete”, dichiara Guido Guidesi, assessore allo sviluppo economico di Regione Lombardia. Nelle prossime settimane usciranno infatti alcuni bandi regionali, come ‘Nuova Impresa’ e ‘Attività Storiche’, dedicati alle attività più colpite dalla crisi pandemica.

Servizi: incremento del fatturato sostenuto dall’aumento dei prezzi di vendita

Nei servizi il fatturato mostra un incremento elevato su base annua (+15,9%), condizionato dai bassi livelli di attività che avevano caratterizzato il 2020, tuttavia il percorso di crescita è robusto, come conferma la variazione sul trimestre scorso (+5,5%). L’incremento del fatturato è sostenuto anche dall’accelerazione dei prezzi di vendita (+1,8%), particolarmente evidente nel commercio all’ingrosso. Il terzo incremento congiunturale positivo consecutivo permette quindi all’indice Unioncamere Lombardia del fatturato di toccare quota 107, colmando il divario con i valori pre-crisi. Qui, servizi alle imprese e commercio all’ingrosso toccano i massimi storici, mentre alloggio, ristorazione e servizi alle persone non hanno ancora recuperato i livelli del 2019.

Commercio al dettaglio, andamento stagnante ma fiducia degli imprenditori

Nel commercio al dettaglio il fatturato aumenta del +4,2% su base annua, ma la variazione congiunturale evidenzia invece un andamento stagnante (-0,2%). Le indicazioni che si ricavano dal quadro degli altri indicatori sono tuttavia incoraggianti: le giacenze di magazzino sono a livelli minimi e gli ordini ai fornitori sono ancora in espansione. La fiducia degli imprenditori appare però molto elevata, e lascia sperare in una chiusura positiva dell’anno. Il numero indice di Unioncamere Lombardia del fatturato si attesta a quota 88,8, in linea con i valori che avevano caratterizzato il 2019. Minimarket e supermercati proseguono il trend positivo su livelli di attività superiori a quelli di due anni fa, mentre gli esercizi non alimentari, pur in significativo recupero, non hanno ancora chiuso il gap rispetto ai valori pre-crisi.

Monitorare la ripresa dopo la crisi

“Si sta confermando la crescita dei servizi, e anche il quadro del commercio al dettaglio, sebbene ancora un po’ incerto, sembra orientato in senso positivo – commenta Gian Domenico Auricchio, Presidente di Unioncamere Lombardia -. Stiamo monitorando la situazione con attenzione, perché la ripresa del terziario dopo la crisi è adesso un tassello fondamentale per sostenere il sistema economico regionale”.
Anche il settore del commercio, tra quelli che maggiormente ha pagato le chiusure imposte dal Governo, mostra segnali incoraggianti. Secondo Guido Guidesi, “Il grande sacrificio dei commercianti lombardi e il supporto pubblico stanno dando i risultati auspicati”.

Trasformazione digitale e sostenibilità, un connubio trascurato dalle aziende

Le organizzazioni avvertono la pressione di investitori, clienti ed enti governativi che chiedono impegno e azioni concrete nei confronti della sostenibilità. Anche i dipendenti premono nella stessa direzione: i lavoratori europei si aspettano infatti che la propria azienda dia un contributo positivo alla collettività in relazione all’ambiente. A ciò si aggiungono le nuove normative e le nuove direttive sviluppate dall’Unione Europea, come il Green Deal Europeo e la Corporate Sustainability Reporting Directive, che richiederà alle grandi imprese europee di comunicare informazioni di carattere non finanziario. Opinion Matters ha condotto una ricerca per conto di Ricoh coinvolgendo 250 decision maker di aziende italiane. E dallo studio è emerso come il 70% dei business leader italiani ritenga che le imprese abbiano la responsabilità di reagire proattivamente alle sfide globali come il cambiamento climatico.

Innovazione tecnologica e sviluppo sostenibile

Nonostante le imprese italiane siano dunque consapevoli dell’importanza del proprio ruolo per uno sviluppo più sostenibile, la maggior parte (56%) non è disposta a investire in questo ambito, poiché ritiene necessario focalizzarsi su altre priorità di business. Solo il 33% ha incrementato i propri investimenti nella sostenibilità durante la pandemia. Se poi il 71% delle aziende punta alla trasformazione digitale, consolidando o addirittura incrementando gli investimenti, la maggior parte fatica a comprendere come possa portare benefici in termini di prestazioni ambientali, sociali e di governance (ESG).

Migliorare l’infrastruttura IT non è efficace per ridurre l’impatto sull’ambiente

Solo il 38% del campione considera l’innovazione IT come un fattore abilitante per la sostenibilità, e il 70% delle aziende non crede che la digital transformation possa aiutarle a raggiungere obiettivi di sostenibilità a lungo termine. Inoltre, i manager considerano i miglioramenti all’infrastruttura IT come il modo meno efficace per una azienda per ridurre l’impatto sull’ambiente nel lungo periodo. Quasi la metà delle imprese coinvolte nella ricerca ha però introdotto tecnologie basate sul cloud (49%), modalità di lavoro ibride (44%) e soluzioni per la gestione dei big data (42%), tutte possibilità che ottimizzano l’efficienza energetica e consentono di raccogliere e analizzare dati ESG.

Il successo del business e le performance ESG non si escludono a vicenda

“Le aziende sanno che dovrebbero fare di più per migliorare i risultati ESG e il monitoraggio degli stessi – commenta David Mills, CEO di Ricoh Europe -. Trovare le risorse per raggiungere questo obiettivo è però sempre più difficile. Anche il fatto che vi siano nuove normative ancora in fase di definizione complica la questione. È importante ricordare come il successo del business e le performance ESG non si escludano a vicenda. La trasformazione digitale è un’area in cui i manager dovrebbero investire in quanto essa si traduce in risultati positivi sia per l’azienda che per la sostenibilità – aggiunge Mills -. Oltre a migliorare l’efficienza e l’impatto ambientale, l’innovazione IT rende il business a prova di futuro. Infine, essa semplifica la data analysis che sarà fondamentale non appena le nuove normative diventeranno effettive”.

Smart Home, case sempre più intelligenti

Lo stay-at-home forzato dalla pandemia ha spinto le vendite di sensori di allarme, robot aspirapolvere ed elettrodomestici smart per la cucina. Ma non solo. Insomma, con la pandemia le case degli italiani, e degli europei, diventano sempre più intelligenti. Tanto che nel 2020 il mercato dei dispositivi smart per la casa nei 7 principali mercati europei è cresciuto del +24%, per un controvalore pari a 28 miliardi di dollari. Secondo le rilevazioni di GfK, più della metà dei consumatori italiani è convinto che nei prossimi 2-3 anni le tecnologie digitali avranno un impatto positivo sulla propria casa. Ma esistono ancora barriere all’ingresso delle tecnologie smart per la casa, sulle quali le aziende devono intervenire per cogliere tutto potenziale di questo segmento.

Piccolo elettrodomestico, e salute e benessere smart +43%

All’interno del segmento smart home, sono cresciute del +19% le vendite di prodotti Smart Entertainment & Office, e altri due settori in forte espansione risultano il Piccolo Elettrodomestico smart e quello dei dispositivi connessi per la Salute e il benessere, come dispositivi per l’auto-diagnosi, fitness tracker, smartwatch sportivi. Complessivamente questi due segmenti sono cresciuti del +41% a livello europeo. Tra i prodotti che hanno registrato la crescita maggiore ci sono poi anche gli aspirapolvere connessi (+43%).

Cucina, elettrodomestici connessi +71,5%

Nel 2020 i consumatori hanno passato più tempo del solito in cucina e di conseguenza anche gli elettrodomestici connessi per la preparazione del cibo sono cresciuti del +71,5%. Ad esempio, i piani cottura con funzionalità smart hanno registrato una crescita delle vendite del +48,2%. Anche gli altoparlanti con assistente vocale integrato registrano un trend positivo. Il controllo vocale si sta infatti sempre più affermando come lo strumento per interagire con i diversi prodotti smart presenti all’interno della casa, e nel corso del 2020 le vendite di dispositivi a controllo vocale sono cresciute di quasi il +61% a livello europeo.

Per il 52% degli italiani il digitale avrà un impatto positivo sulla propria casa

Anche nel nostro Paese, la pandemia ha accentuato ulteriormente il valore della casa, dello spazio domestico, e l’88% degli italiani afferma di aver riscoperto l’amore per la propria casa nel corso degli ultimi mesi. La riscoperta della centralità della casa è andata di pari passo con il potenziamento della dotazione tecnologica delle abitazioni, che nel corso dell’ultimo anno sono diventate spesso sede anche per l’attività lavorativa e la didattica a distanza. Per il futuro, i consumatori si aspettano una espansione ulteriore di questo fenomeno, e il 52% degli italiani è convinto infatti che nei prossimi 2-3 anni le tecnologie digitali avranno un impatto positivo sulla propria casa.

Consigli per risparmiare energia quando si adopera un condizionatore d’aria

Con l’arrivo dell’estate tutti cominciamo ad utilizzare il condizionatore d’aria per stare più al fresco e patire meno il caldo estivo. Vediamo allora alcuni consigli per risparmiare energia quando utilizziamo il condizionatore.

Sfrutta la modalità sleep

La modalità sleep è pensata per quando desideriamo tenere acceso il condizionatore anche la notte. In questa maniera, è direttamente il dispositivo a gestire la temperatura all’interno della stanza aumentandola leggermente nel corso della notte, dato che dormendo abbiamo bisogno di una temperatura dell’aria più alta rispetto i momenti in cui siamo in attività. Questo tipo di gestione consente inoltre un discreto risparmio energetico.

Non impostare una temperatura troppo bassa

Impostare il condizionatore d’aria ad una temperatura troppo bassa può influire negativamente sia sulla tua salute che sui consumi. Cerca per questo di non impostare mai una temperatura al di sotto dei 24° per evitare una eccessiva escursione termica con la temperatura esterna e sfrutta invece maggiormente la funzione deumidificatore nelle ore del giorno, così da ottenere un miglior risparmio energetico.

Pulisci i filtri del tuo condizionatore

Pulire regolarmente i filtri del tuo condizionatore può significare veramente molto dal punto di vista dell’efficienza energetica del tuo dispositivo, dato che in questo modo il condizionatore riesce a lavorare con più facilità. Inoltre, pulire i filtri consente di avere un’aria molto più pulita in casa e dunque i vantaggi sono notevoli anche per la salute.

Effettua la manutenzione periodica del dispositivo

Effettuare periodicamente la manutenzione del tuo condizionatore, in media ogni due anni, significa verificare la presenza di eventuali perdite di gas o di altri problemi in grado di influire sull’efficienza del dispositivo e dunque sul consumo di energia. Da questo punto di vista i condizionatori Daikin sono tra quelli più efficienti e che consentono un risparmio energetico superiore.

Il Covid non piega l’agroalimentare Made in Italy

Il Covid non piega l’agroalimentare Made in Italy, un settore da 41 miliardi, ma la sostenibilità, che già oggi pesa per il 28% sulla scelta di un prodotto, è la chiave per restare competitivi nel futuro. Di fatto, in Italia il 28% delle Pmi del settore vede la sostenibilità come strategia di lungo periodo, in grado di garantire un vantaggio competitivo. Anche attraverso l’e-commerce, la nuova frontiera, che in Italia nel 2020 ha raggiunto 2,5 miliardi di euro di valore (+55%). Nonostante il Covid-19, quindi, il settore alimentare italiano resiste. Nel 2050, quando la popolazione mondiale sarà di 8-10 miliardi, un consumatore su 10 in tutto il mondo mangerà cibo italiano.

La sostenibilità è un trend

È quanto emerge dalla IXa edizione del Seminario Food, Wine & Co. – Verso la Sostenibilità, ideato e organizzato dalla professoressa Simonetta Pattuglia e dal Master in Economia e Gestione della Comunicazione e dei Media di Roma Tor Vergata, in collaborazione con Fiera Roma e Coldiretti. Il Seminario conferma come l’attenzione dei consumatori italiani si stia muovendo verso tre direttrici principali, la riduzione degli sprechi alimentari, dell’impatto del packaging sull’ambiente, e la maggiore attenzione verso qualità e provenienza dei prodotti.

Insomma, l’essere un prodotto sostenibile è un valore aggiunto, che insieme al fatto di essere ecologico pesa per il 28% nella scelta d’acquisto.

Il tricolore sull’etichetta aumenta le vendite

Il coronavirus ha reso gli italiani più coscienziosi in merito alla scelta dei prodotti alimentari, e più attenti alle materie prime da mettere nel piatto.

Un’attenzione che si concentra soprattutto sul biglietto da visita dei prodotti: l’etichetta. La lettura dell’etichetta prima dell’acquisto è divenuta una pratica consolidata, e il Made in Italy è un fattore in grado di spostare le vendite.

La dicitura “100% italiano” comporta una variazione del +8.8% delle vendite, seguita dalla certificazione DOC, con il 7.2%, e la DOCG (+6.8%). E la sola presenza del tricolore sull’etichetta pesa per il +3% sulle vendite .

Pmi, Green Marketing, ed e-commerce

Se quello della sostenibilità per il consumatore è un elemento di scelta, per le Pmi sta diventando una pratica necessaria per garantirsi sopravvivenza e competitività. Uno studio effettuato dalla professoressa Pattuglia mostra però come per il 35% delle Pmi intervistate il concetto di sostenibilità non esista, e se il 7% investe in sostenibilità lo fa perché obbligato senza considerarla un’opportunità di crescita. Il 30% delle aziende si stanno invece attivando per comunicare il proprio impegno in tal senso, e per il 28% la sostenibilità è considerata una strategia di lungo periodo. Quanto all’e-commerce, in Italia l’acquisto di generi alimentari online nel 2020 ha raggiunto i 2,5 miliardi di euro in valore (+55%), e il food delivery 706 milioni di euro (+19%).

Nel 2020 la forzosa conversione alle vendite online ha garantito alle aziende volumi minori, ma al contempo ha consentito la continuità aziendale.