Shopping online per gli italiani: acquisti a +21% per Black Friday e Cyber Monday

Agli italiani piace lo shopping online a maggior ragione se si possono fare buoni affari. E’ il caso del Black Friday e il Cyber Monday, le due speciali ricorrenze destinate all’acquisto scontato che dagli Usa sono riuscite a diventare una tradizione anche da noi. Tanto che nel 2021, secondo gli ultimi dati, i nostri connazionali spenderanno in compere sul web circa 1,8 miliardi di euro, con un incremento del 21% rispetto all’anno scorso. Insomma, la promozione ha un fascino irresistibile.

I dati dello shopping on line

A fornire la fotografia dei comportamenti d’acquisto in rete degli italiani e i relativi volumi di spesa è l’Osservatorio eCommerce B2c. Non solo: l’analisi evidenzia che gli operatori particolarmente aggressivi in termini promozionali realizzeranno anche 6-8 volte il fatturato di un giorno medio. In particolare, l’acquisto di prodotti supererà gli 1,5 miliardi di euro (+20% circa). Ottimi i risultati di alcune categorie come abbigliamento, informatica ed elettronica, gioielli, profumi, prodotti per la cura del corpo, oggetti di arredamento e giocattoli. Molto bene anche la spesa online di alimentari e vini, che confermano la passione degli italiani per la buona tavola, anche in vista del Natale.

Ottobre e novembre totalizzano il 25% della spesa online annua

“In generale, i mesi di novembre e dicembre saranno particolarmente caldi per l’eCommerce del nostro paese. In questo periodo, infatti, i siti online abiliteranno circa il 25% della spesa online di tutto il 2021” dichiara Valentina Pontiggia, direttrice dell’Osservatorio eCommerce B2c Netcomm – Politecnico di Milano “Anche in vista del Natale, la tendenza sarà quella di promuovere un utilizzo complementare (e non più conflittuale) dei canali. Si lavorerà, quindi, per sfruttare al meglio le peculiarità di ciascuna iniziativa, (velocità e comodità del servizio eCommerce da una parte, aspetto sociale e relazionale del negozio fisico dall’altra) spingendo su modelli di interazione e di vendita integrati come click&collect e ordine eCommerce in store”.

Il boom dei prodotti green

Nonostante la voglia di fare buoni affari, fra i consumatori fa capolino anche una certa attenzione alla sostenibilità. “Il 2021 sembra anche essere l’anno per spingere sui progetti green: dalla promozione di buoni spesa per incentivare l’acquisto di prodotti più sostenibili, alle raccolte fondi per il sostentamento di riserve naturali, fino alla valorizzazione del ‘second hand’ grazie a extra valutazioni dell’usato. Saranno quindi diverse le iniziative di social responsibility messe in campo per scoraggiare un consumismo estremo e dannoso per l’ambiente” conclude l’Osservatorio.

Social Media, 400 milioni di nuovi utenti in un anno

Complice forse la pandemia, che ha spinto l’utilizzo del digitale nei più vari aspetti delle nostre vite, i social media hanno registrato nell’ultimo anno un ottimo exploit. A dirlo è il Digital 2021 October Global Statshot di DataReportal, pubblicato in collaborazione con We Are Social e Hootsuite. Secondo l’analisi nell’ultimo anno, quello della pandemia, sono 400 milioni gli utenti che hanno deciso di aprire un account per almeno un social (+9,9%). 

Un fenomeno globale e totalizzante

Per capire meglio il contesto, però, è utile avere un’idea dei numeri totali, ovvero quello della popolazione mondiale, dei cellulari, degli accessi alla rete e naturalmente degli accessi ai social. Al momento la popolazione globale raggiunge i 7,89 miliardi di individui – spiega il rapporto – ed è cresciuta di 80 milioni di persone nell’ultimo anno. Di tutte queste persone, 4,88 miliardi dispongono di una connessione a Internet, ovvero il 62% della popolazione mondiale. Gli ultimi dati mostrano che il numero di utenti web è aumentato di oltre 220 milioni (+4,8%) nell’ultimo anno, ma con le difficoltà di indagine legate al Covid-19, la cifra potrebbe essere ancora maggiore. In questo scenario, si scopre che gli utilizzatori dei social media hanno complessivamente raggiunto quota 4,55 miliardi a ottobre 2021, con un incremento di oltre 400 milioni (+9,9%) negli ultimi 12 mesi. E se il trend resterà così, entro la prima metà del 2022 il 60% della popolazione mondiale avrà un account social.

Tok Tok la regina delle classifiche

In particolare, spicca l’exploit di TikTok, che è da poco entrata nel club dei social media con più di 1 miliardo di utenti, impiegando soli cinque anni per questa scalata. A confermare la crescita, le previsioni nei giorni scorsi della società di analisi Talkwaker che ha spiegato come la piattaforma cinese è destinata a diventare leader dei social media nel 2022. Una curiosità: Snapchat, che ha avuto un calo a Wall Street per i risultati deludenti della trimestrale, va forte invece in India con quasi 116 milioni di utenti, cioè il 21% dell’utenza mondiale di questo social.

Aumenta la platea pubblicitaria

Con questa crescita esponenziale, riporta Ansa, cresce per i social anche la platea di persone a cui mostrare propri spazi pubblicitari: 825 milioni di utenti over 18 per TikTok e 3 miliardi di utenti per Facebook, nel caso del social di Zuckerberg è quasi metà della popolazione mondiale. E il costo della pubblicità è cresciuto del 33% rispetto all’anno scorso. In sintesi più aumenta la platea, più crescono (ovviamente) i prezzi.

Milano al primo posto per valore aggiunto, ma le province sono tutte in rosso

Milano si conferma al primo posto della classifica italiana provinciale per reddito pro-capite, con 47.945 euro per abitante (indice Italia =100, pari a 189,5), e rafforza il suo margine di vantaggio con la seconda in classifica, Bolzano (156,8), con uno scarto che sfiora il 21%, mai così alto dal 2012 a oggi. Segue, in terza posizione, Bologna (140,7). A Roma e Milano si produce il 19,7% dell’intera ricchezza del Paese (+2% rispetto al 2000), con le prime 20 province che concentrano il 55,4% di tutta la ricchezza prodotta. Ma se Milano con si conferma prima nella classifica provinciale per valore aggiunto pro-capite, staccando la capitale di 7 posizioni, tutte le province hanno chiuso il 2020 con il segno meno davanti al dato sul valore aggiunto. È quanto emerge dall’analisi realizzata dal Centro Studi Tagliacarne e Unioncamere sul valore aggiunto provinciale del 2020 e i confronti con il 2019, una delle attività storiche di misurazione dell’economia dei territori realizzata dal sistema camerale.

I territori industriali con piccole imprese sono i più penalizzati

Fra il 2019 e il 2020 le economie territoriali a più alta presenza di imprese con meno di 50 addetti, la dorsale del nostro sistema Paese, hanno registrato le perdite più consistenti di reddito prodotto, pari a -7,5%. In particolare, in quest’ambito fanno registrare perdite più significative di valore aggiunto Pistoia (-9,0%), Prato (-9,5%), Fermo (-7,3%), Barletta-Andria-Trani (-10,6%) e Sud Sardegna (-9,5%), riporta Askanews.

Migliore capacità di resilienza per le province del Sud 

Quanto alle aree del Paese, a causa dell’effetto Covid a soffrire di più sono stati il Nord (-7,4%) e le aree a maggiore vocazione industriale (-7,9%), in particolare, dove insistono i sistemi della moda e della cultura, quelle a più elevata presenza di piccole imprese (-7,5%) contro una media nazionale del -7,1%. Sul fronte opposto, pur in un contesto di generale contrazione, migliore capacità di resilienza hanno mostrato le province del Sud (-6,4%), con 8 province su 10 che mostrano riduzioni più contenute, oltre ad alcune province fra quelle che hanno una elevata concentrazione di imprese che investono nel Green o che sono caratterizzate da una forte importanza della Blue economy. Una più elevata incidenza si rileva nella Pubblica Amministrazione.

Il sistema camerale ha contribuito a contenere i danni causati dal lockdown

“L’effetto Covid non ha risparmiato nessuna provincia italiana, ma senza la tenacia delle nostre imprese unita ai provvedimenti del governo le perdite del valore aggiunto che abbiamo registrato sarebbero state ben più importanti – sottolinea il presidente di Unioncamere, Andrea Prete -. E anche il sistema camerale con le iniziative messe in atto ha certamente contribuito a contenere i danni causati dal lockdown, restando vicino alle imprese e ai territori – aggiunge il presidente Unioncamere -. Per questo è importante mettere a terra le iniziative previste dal PNRR e in questo le Camere di commercio con la loro rete radicata nei territori possono essere uno strumento eccezionale”.

Tik Tok regina d’incassi nel mercato delle app

È boom per il mercato delle app: nel terzo trimestre del 2021 gli store digitali di Apple e Google hanno ricavato in totale 33,6 miliardi di dollari in entrate, pari al +15,1% rispetto al 2020. Le installazioni delle app, considerate come prime installazioni del singolo account, sono invece 35,7 miliardi, in calo dell’1,9% sulla rilevazione precedente. Secondo la più recente rilevazione della società di analisti Sensor Tower, questo è sinonimo di un utilizzo abbastanza consolidato degli stessi software: si spende più tempo sulle app famose che beneficiano anche degli acquisti in-app o di servizi a pagamento. Per quanto riguarda gli incassi, è Tik Tok a confermarsi regina. L’app è infatti al primo posto dei ricavi su App Store, mentre è quarta sul Google Play Store, dove si conferma in testa, per spesa degli utenti, Google One, la piattaforma di cloud per archiviare online foto, video e documenti e averli sempre a disposizione.

Nel Play Store Facebook e Instagram le più scaricate

Anche per quanto riguarda l’analisi dei download Tik Tok è regina, considerando i numeri di iOS e Android, così come nell’App Store di Apple. È terza invece nel ranking del Play Store, dove Facebook e Instagram occupano le prime due posizioni. La considerazione che la pandemia abbia contribuito all’ascesa di alcune nuove app, prima poco presenti, è data dall’ingresso in classifica di Zoom e Google Meet, così come della versione aziendale di WhatsApp: Business, in modo particolare su sistema operativo Android.

Zoom, Google Meet e Telegram in ascesa

Per Sensor Tower, lo scenario è quello in cui gli utenti utilizzano sempre le stesse app, per cui non vi è aumento concreto nel numero di installazioni su smartphone e tablet, con pochi sviluppatori che si dividono il grosso delle entrate, in ascesa per acquisti in-app e servizi in abbonamento. Tornando all’effetto lockdown, applicazioni di collaborazione e videochiamate, come Zoom e Google Meet, restano saldamente nel ranking delle top 10, e così fa Telegram, che nel corso dell’anno ha rosicchiato utenti a Facebook dopo le controverse modifiche alla gestione della privacy degli utenti fuori dal mercato europeo.

Tra i videogame Pubg Mobile è il più remunerativo

Decisamente più concorrenziale, riporta Ansa, il segmento dei videogame. In generale il più remunerativo è Pubg Mobile, mentre Honor of Kings si consolida primo su App Store, con il concorrente Genshin Impact, il titolo con maggiori ricavi sul Play Store. Per numero di download, Sensor Tower elegge Pubg Mobile il primo nel totale di iOS e Android. Quest’ultimo si alterna con Count Masters su App Store ma si riprende la leadership per quantità di installazioni sul Play Store.

Italiani attenti alla sostenibilità, ma senza (troppe) rinunce

Gli italiani hanno un animo green, e si dichiarano attenti alla sostenibilità. A patto che questa non comporti privazioni a livello personale e che i vantaggi compensino i costi delle scelte effettuate. Solo a queste condizioni, i nostri connazionali sono disposti a modificare il loro stile di vita così da ridurre gli impatti ambientali. I dati emergono dal 1° Rapporto Edison-Censis «La sostenibilità sostenibile». 

Come viene percepita la sostenibilità

Nella percezione degli italiani, la forma di sostenibilità considerata prioritaria è la sostenibilità economica (41,1%). Al secondo posto c’è quella ambientale (32,1%), legata all’impegno per ridurre l’inquinamento e lottare contro il riscaldamento globale. Al terzo posto, la sostenibilità sociale (26,8%), prioritaria per garantire la tutela dei gruppi sociali svantaggiati. Anche il 46,2% dei giovani indica come prioritaria la sostenibilità economica, il 24,7% quella ambientale e il 29,1% quella sociale. 

Benefici e impegno? Vanno distribuiti equamente

Il 79% degli italiani ha dichiarato di essere pronto a modificare il proprio stile di vita per ridurre l’impatto ambientale, a condizione però che i cambiamenti siano distribuiti in modo equo nella società (42,5%) e che i costi siano compensati dai vantaggi (33,2%). La sostenibilità ambientale deve contribuire a vivere meglio, mai a ridurre il proprio benessere economico. E si guarda a una sostenibilità inclusiva, intesa come processo sociale dal basso, da vivere nei contesti minuti di ogni giorno, e non come imposizione dall’alto.

Sostenibilità e consumi

In questo scenario, non può mancare un’analisi anche sui consumi e sulle abitudini d’acquisto degli italiani, in particolare nel delicato momento storico rappresentato da post pandemia. A questo proposito, il 48,2% degli intervistati ha detto che tornerà a usare il reddito come faceva prima dell’emergenza, mentre il 31,8% aumenterà il risparmio e solo il 9% consumerà di più (l’11% è indeciso). Tra le motivazioni di scelta dei consumatori, poi, non c’è solo il prezzo (comunque importante),  anche i valori che un’impresa incarna e la qualità della relazione che è capace di instaurare con i suoi clienti. Oltre a essere disposti a spendere di più per prodotti e servizi che rispettano l’ambiente (58,7%) e a premiare le aziende che rispettano i diritti dei lavoratori (50,8%), il 54,6% degli italiani è disposto a pagare di più per prodotti e servizi italiani e il 49,6% per aziende impegnate in progetti sociali. Il 41,5% si dichiara intenzionato a spendere qualcosa in più per un’azienda che ispira fiducia e mantiene sempre quel che dice, il 37,8% premia la disponibilità di punti vendita e di assistenza fisici, il 29,1% apprezza la trasparenza nei costi, il 23,6% è interessato a un call center ben funzionante e di facile accesso, il 22% vorrebbe ricompensare le aziende che non si avvalgono di pratiche di marketing aggressivo. 

Facebook, i post “fake” hanno interazioni sei volte maggiori di quelli più affidabili

I post originati da notizie false, le cosiddette fake news, hanno ottenuto in media interazioni sei volte maggiori rispetto a quelli che riportano notizie vere. Lo rivela un nuovo studio condotto da ricercatori della New York University dell’Université Grenoble Alpes, che hanno esaminato i post pubblicati da oltre 2.500 pagine Facebook da agosto 2020 a gennaio 2021. La ricerca, apparsa su Business Insider, ha così evidenziato che i post di “disinformazione” hanno registrato sulla piattaforma sei volte di più in termini di interazioni, like e commenti rispetto alle notizie provenienti da fonti affidabili. Lo stesso studio ha rilevato che è la politica il tema in cui si registrano più episodi legati alla disinformazione, con una certa preponderanza di post con inclinazioni di destra. 

La risposta di Facebook

Rispondendo allo studio condotto dalle due università, un portavoce di Facebook ha dichiarato a Business Insider che il “rapporto esamina principalmente il modo in cui le persone interagiscono con i contenuti, che non deve essere confuso con quante persone effettivamente lo vedono su Facebook. Se dovessimo considerare i post che ottengono la massima copertura, non avremmo qualcosa di paragonabile alla ricerca sulla condivisone di bufale”. E, secondo i portavoce della piattaforma social, esistono a loro volta diverse analisi che lo confermano. Tuttavia, riportano fonti americane, Facebook ha negato poi l’accesso ai suoi dati relativi ai mesi successivi ai ricercatori della New York University, sostenendo che il modo in cui stavano raccogliendo i vari elementi era in conflitto con un accordo precedentemente raggiunto con la Federal Trade Commission.

Come viene amplificata la disinformazione

A quanto dichiarato da Laura Edelson, una delle autrici dello studio, il lavoro non dimostra che gli algoritmi di Facebook favoriscono certe pagine o parti politiche “ma la disinformazione – spiega – viene amplificata perché funziona bene con chi si circonda di utenti e contenuti che postano notizie fuorvianti in maniera regolare”. In pratica, si crea un circolo vizioso dalla cui bolla è poi difficile venir fuori, riporta l’Ansa. In sintesi se si entra nel loop delle fake news, anche inconsapevolmente, è poi complicato uscirne.  Secondo la ricerca, fra le pagine di estrema destra, quelle che diffondono fake news ottengono il 68% di tutte le interazioni degli utenti. I ricercatori hanno usato le metriche di due organizzazioni no profit, NewsGuard e Media Bias/Fact Check che hanno classificato migliaia di pagine sulla base delle convinzioni politiche e la propensione a diffondere notizie non affidabili.

Come cambia il settore Non Food con la pandemia

Niente è più come prima. La pandemia ha sparigliato le carte, e riaperto i giochi nel mondo dei prodotti non alimentari di largo consumo, determinando acquisti in pesante calo in alcuni settori merceologici e formati distributivi. Ma anche spingendo lo sviluppo di altri prodotti e canali commerciali. 
Impossibile, quindi, pensare al futuro del Non Food senza approfondire quel che è successo in Italia nell’anno della pandemia. È quanto ha fatto l’Osservatorio Non Food 2021 di GS1 Italy, che offre una fotografia sull’universo dei consumi extra alimentari, sia sul fronte della domanda sia dell’offerta, e dall’andamento degli acquisti all’evoluzione della rete commerciale, fisica e virtuale.

Un anno “bipolare”, c’è chi scende e c’è chi sale

Nel 2020 i 13 comparti monitorati dall’Osservatorio hanno ottenuto 93,5 miliardi di euro di vendite, in calo di -9,5% rispetto al 2019. Questo risultato ha interrotto bruscamente l’andamento positivo, seppure lento, degli anni precedenti, e nel 2020 la rinuncia agli acquisti ha accomunato 11 dei 13 comparti merceologici rilevati nell’Osservatorio.  Gli unici ad aver chiuso il 2020 con una crescita delle vendite sono stati l’edutainment, e l’elettronica di consumo (+6,3%). Tra gli 11 comparti merceologici in calo annuo, la forbice della riduzione del sell-out è stata piuttosto ampia, con valori che vanno dal -2,0% dei prodotti di automedicazione al -17,5% degli articoli per lo sport. Il crollo più pesante del 2020 è stato quello di abbigliamento e calzature (-26,5%), superato nel 2020 dall’elettronica di consumo, diventato il comparto più importante nel Non Food per valore delle vendite.

La rete vendita si riconfigura

A fine 2020 la distribuzione moderna non alimentare contava in Italia 29mila punti vendita appartenenti a poco meno di 300 gruppi presenti in 20 differenti comparti merceologici. L’Osservatorio li ha raccolti in sei tipologie, di cui cinque hanno chiuso l’anno con una rete vendita in calo: agglomerati centrali urbani, centri commerciali, parchi commerciali, aree urbane periferiche, nei luoghi di passaggio e di traffico. Gli unici ad aver chiuso il 2020 con un aumento del numero dei negozi sono i Factory Outlet (+0,7%). Nel 2020, al contrario, le vendite via web sono risultate in crescita, sia per giro d’affari che per quota di mercato in 12 dei 13 comparti analizzati. Unica eccezione, i prodotti per la fotografia.

Un’occasione di rilancio per le polarità commerciali extraurbane

L’altro fenomeno commerciale del Non Food nel 2020 è stata la crescita delle forme di distribuzione alternativa, come vendite a domicilio o per corrispondenza, nei distributori automatici e nell’e-commerce, aumentate a valore del 13,9%. I lockdown hanno penalizzato i centri commerciali, ora chiamati a riposizionarsi come luoghi di ristoro ed entertainment e non solo di shopping. La ricerca di comodità e convenienza, driver importanti nel Non Food, gioca poi a favore dei Factory Outlet e dei parchi commerciali. E il perdurare dello smart working, con la maggior presenza dei consumatori nei centri minori e nelle periferie urbane, può rappresentare un’occasione di rilancio per le polarità commerciali extraurbane.

Estate 2021, le spese degli italiani

Come hanno speso i propri soldi gli italiani nell’estate 2021? Risponde alla domanda Revolut, la app finanziaria globale con 16 milioni di clienti in tutto il mondo, che ha analizzato i dati interni degli oltre 650.000 clienti Revolut italiani nel periodo compreso tra giugno e agosto.

In crescita i viaggi all’estero, ma il 2019 è lontano

In base ai dati raccolti, la quota di denaro spesa all’estero è in crescita rispetto allo scorso anno, ma non ha ancora raggiunto i livelli pre-pandemia. Infatti, solo il 26% della spesa è avvenuta fuori dai confini nazionali, leggermente in crescita rispetto al 2021 quando era il 20% del totale, ma ancora lontana dai livelli del 2019, quando la metà della spesa avveniva all’estero.

Mete e spese

Rispetto alla scorsa estate, i dati sui pagamenti mostrano che i nostri connazionali hanno ricominciato a frequentare le tradizionali destinazioni estive. La maggior parte degli utenti Revolut italiani è rimasta nel Paese. Per chi è andato all’estero, la meta straniera preferita per le vacanze all’estero nel 2021 torna a essere la Spagna, già favorita nel 2019 (dopo gli Stati Uniti), che lo scorso anno era stata invece stata superata da Regno Unito e Francia. In calo l’importo totale speso con carta, in media, dal singolo italiano. I nostri connazionali hanno speso 475 euro nel 2019, 396 euro nel 2020 e solo 362 euro nel 2021. Al contrario, la spesa presso gli esercenti italiani è passata da 359 euro del 2019 a 428 euro nel 2020 e 468 euro nel 2021.

Appartamenti e auto contro hotel, treni e aerei: l’impatto del distanziamento

Gli italiani continuano ad essere attenti al distanziamento sociale e, seguendo il trend iniziato già nel 2020, nel 2021 la spesa per quelle soluzioni volte ad evitare o ridurre contatti con altre persone si mantiene agli stessi livelli dello scorso anno. Ad esempio, la spesa per i servizi di autonoleggio è aumentata del 22% rispetto al 2019, a 181 euro a persona, mentre la spesa per gli appartamenti è aumentata del 34% rispetto al 2019, a 425 euro a persona. L’aumento della spesa per gli hotel, invece, è aumentata solo del 2%, con 256 euro a persona spesi nell’estate 2021. Sul fronte dei trasporti, è ancora bassa la percentuale di chi sceglie di viaggiare in aereo e treno, rispetto al 2019. La spesa per i voli in questi mesi estivi si attesta infatti allo stesso livello del 2020: 183 euro a persona, pari al 29% in meno rispetto allo stesso periodo del 2019. Guardando ai treni, il calo è leggermente più contenuto ma comunque considerevole, con una spesa di 61 euro a persona e il 21% inferiore rispetto al 2019.

Alimentari, la spesa degli italiani si sposta online

Gli italiani hanno scoperto il piacere del fare la spesa o di ordinare i piatti preferiti online: riprova ne è il balzo in avanti registrato dall’ecommerce di Food&Grocery che nel 2020 ha raggiunto i 2,9 miliardi di euro con una crescita del +84%. E per il 2021, un po’ a sorpresa visto che le limitazioni si sono attenuate, gli acquisti online supereranno i 4 miliardi di euro (+38% rispetto al 2020). A farla da padrone in questo ambito sono soprattutto gli alimentari, che da soli hanno messo a segno un +40%. A tracciare lo scenario dei mutati comportamenti di acquisto dei nostri connazionali è l’Osservatorio eCommerce B2c Netcomm – School of Management del Politecnico di Milano, presentato in occasione del convegno “Food&Grocery: la pandemia rallenta, l’eCommerce cresce!”. 

Il potenziale dell’ecommerce B2C

“Il boost registrato dal Food&Grocery online nel 2020 è stato possibile grazie agli investimenti sostenuti dall’offerta che, spinta dall’emergenza sanitaria, ha finalmente acquisito consapevolezza delle potenzialità dell’eCommerce B2c. Si tratta di un potenziamento del servizio, e della sua capacità di soddisfare la domanda, che ha trovato fin da subito pronti i web shopper italiani” ha detto Riccardo Mangiaracina, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio eCommerce B2c – School of Management del Politecnico di Milano. “I frutti di questi investimenti non sono però contingenti all’emergenza sanitaria bensì sono destinati a durare nel tempo: sono state gettate le basi per una crescita certa e sostenibile dell’Alimentare online in Italia”.

Exploit dei prodotti da supermercato

E’ interessante anche scoprire quale tipologia di prodotti alimentari è stata maggiormente “gettonata” per gli acquisti via web. Il Grocery Alimentare (cioè i prodotti da supermercato) cresce nel 2021 del +39% e sfiora gli 1,4 miliardi di euro. Alla caduta delle barriere all’acquisto dei consumatori, si accompagnano un incremento delle iniziative online su tutto il territorio italiano e un potenziamento dell’infrastruttura logistica, della capacità di consegna e delle modalità di ritiro della spesa. Il Food Delivery (ossia i piatti pronti), superate le difficoltà di inizio 2020 dovute alla chiusura dei ristoranti nel primo lockdown, nel 2021 continua a crescere con un ritmo sostenuto (+56%) e supera gli 1,4 miliardi di euro. A spiegare lo sviluppo del comparto è principalmente l’ampliamento dell’offerta, sia in termini di nuovi ristoranti che attivano in modo diretto o intermediato l’eCommerce, sia in termini di maggior copertura territoriale del servizio verso i comuni più piccoli. Ma anche i prodotti di nicchia conquistano nuove fasce di clientela: l’Enogastromia, infatti, ha raggiunto i 750 milioni di euro con un ragguardevole incremento del +17%.

Covid e affitti, 1,3 miliardi non riscossi dai proprietari

Tra marzo 2020 e maggio 2021 più di 1 locatore su 3 (39%), pari a 1,7 milioni di proprietari immobiliari italiani, ha dovuto fare i conti con un inquilino moroso. Un danno economico importante, considerando che in media per ogni abitazione oggetto di insolvenza le rate non pagate sono state 5, per un importo pari a 1.740 euro. Si stima quindi che il mercato delle locazioni abitative abbia perso nell’ultimo anno una somma prossima a 1,3 miliardi di euro in canoni non riscossi. L’impatto della pandemia è stato negativo anche sul mercato degli affitti, e se circa 1,9 milioni di famiglie italiane si sono trovate in difficoltà e hanno ritardato o saltato una o più rate d’affitto, a fotografare la situazione è l’indagine commissionata da Facile.it all’istituto di ricerca EMG Different.

Il 14% dei locatori ha perso del tutto uno o più canoni mensili

La percentuale dei proprietari che hanno ricevuto rate in ritardo o non le hanno ricevute affatto è maggiore al Centro e Sud Italia ed è pari, rispettivamente, al 39,2% e al 17,5%. A livello nazionale, il 30,3% dei locatori afferma di aver ricevuto in media, 4 rate con un ritardo di 31 giorni, mentre il 14% di aver perso del tutto uno o più canoni mensili. Le cause di ritardi o mancati pagamenti? Nel 35,1% dei casi l’affittuario aveva un problema di lavoro (il 19,1% era in cassa integrazione, il 16% lo aveva perso), mentre nel 35,9% dei casi l’inquilino si trovava in difficoltà economiche, percentuale che arriva al 39,2% nelle regioni del Nord Italia.

Nel 51% dei casi la situazione è stata risolta

La maggior parte delle volte (39,7%) il proprietario ha deciso di concedere ulteriore tempo agli affittuari per saldare quanto dovuto, mentre nel 16% dei casi ha preferito pattuire un nuovo accordo economico. Il 15,3% ha invece scelto di procedere per vie legali, percentuale che arriva addirittura al 23,5% nelle regioni del Nord Italia. E se nel 51% dei casi la situazione è stata risolta e l’inquilino, un tempo moroso, abita ancora nell’immobile, nel 22,1% dei casi il proprietario ha dichiarato di essere in attesa che l’affittuario venga sfrattato o che lasci libero l’appartamento.

445.000 famiglie potrebbero dover lasciare l’abitazione

In totale sono potenzialmente 445.000 le famiglie che quando terminerà il blocco degli sfratti previsto dal Governo, potrebbero dover lasciare l’abitazione concessa in affitto. In Italia ci sono circa 4,3 milioni di locatori, per un totale di 5,6 milioni di immobili concessi in affitto con regolare contratto (fonte: Agenzia delle Entrate). La forma di garanzia più richiesta agli inquilini è il deposito cauzionale, mentre è ancora marginale l’uso di altre garanzie: solo il 5,2% degli immobili era coperto da fideiussione bancaria. Nel 14,5% dei casi l’affitto mancante è stato trattenuto direttamente dal deposito cauzionale, nel 13% si è usufruito della polizza assicurativa contro la morosità degli inquilini e nel 7,6% della fideiussione bancaria.