Sai quanto inquinano smartphone e computer aziendali?

Leggiamo e sentiamo parlare sempre più spesso di inquinamento dovuto alle emissioni tecnologiche. Ma quanto inquinano nella realtà quelle aziendali? A questa domanda ha risposto il report “The green IT revolution: A blueprint for CIOs to combat climate change”, a cura di McKinsey & Company, che dichiara subito che “le emissioni generate dalla componente tecnologica delle aziende sono molto più consistenti di quanto comunemente si creda”.

L’1% delle emissioni globali di gas serra

L’analisi evidenzia che la tecnologia aziendale è responsabile dell’emissione di circa 350-400 megatoni di gas equivalenti di anidride carbonica (CO 2 e), che rappresentano circa l’1% delle emissioni globali di gas serra (GHG). A prima vista, questo potrebbe non sembrare molto, ma equivale a circa la metà delle emissioni dell’aviazione o della navigazione ed è l’equivalente del carbonio totale emesso dal Regno Unito. Il settore industriale che contribuisce con la quota maggiore delle emissioni di gas serra di ambito 2 e 3 relative alla tecnologia è quello delle comunicazioni, dei media e dei servizi. Il contributo della tecnologia aziendale alle emissioni totali è particolarmente elevato per le assicurazioni (45% del totale delle emissioni ) e per i servizi bancari e di investimento (36%).

I grandi colpevoli sono i device aziendali, non i data center

I dispositivi degli utenti (laptop, tablet, smartphone e stampanti) generano da 1,5 a 2,0 volte più carbonio a livello globale rispetto ai data center. Uno dei motivi è che le aziende dispongono di un numero significativamente maggiore di dispositivi per gli utenti finali rispetto ai server nei data center locali. Inoltre, i dispositivi in genere vengono sostituiti molto più spesso: gli smartphone hanno un ciclo di aggiornamento medio di due anni, i laptop quattro anni e le stampanti cinque anni. Mediamente, i server vengono sostituiti ogni cinque anni, anche se il 19% delle organizzazioni dilata i tempi più a lungo. Ancora più preoccupante, le emissioni dei dispositivi degli utenti sono sulla strada per aumentare a un CAGR del 12,8% all’anno. Gli sforzi per affrontare questo problema potrebbero mirare alle principali cause di emissioni di questi dispositivi. Circa tre quarti delle emissioni provengono dalla produzione, dal trasporto a monte e dallo smaltimento. Una fonte significativa di queste emissioni sono i semiconduttori che alimentano i dispositivi.

Selezionare i modelli più ecologici 

Con queste cifre, appare evidente che non si può aspettare e che invece bisogna correre ai ripari. Il report sottolinea, infatti, quante e quali azioni concrete possono adottare i chief information officer per ridurre emissioni e tagliare i costi energetici. Oltre ottimizzare l’utilizzo dei dispositivi, è possibile scegliere quelli più ecologici, allungare il loro ciclo di vita (anche attraverso riparazione e riuso), impegnarsi di più nel riciclo (l’89% delle organizzazioni ricicla meno del 10% del proprio hardware). Basterebbero queste mosse per dimezzare le emissioni.

Clima e caro bollette: per i consumatori c’è un collegamento

Lo ha rilevato uno studio di Schneider Electric: quasi 9 consumatori su 10 a livello mondiale, l’86%, pensano che il cambiamento climatico porterà all’aumento della bolletta energetica, e per 7 su 10 (72%) è una priorità personale ridurre l’impronta di carbonio. Il 55% è infatti convinto che sia responsabilità degli individui combattere il cambiamento climatico. Secondo lo studio, inoltre, più della metà degli intervistati (55%) ritiene importante che gli edifici in cui vivono diventino ‘net zero’, anche se meno di un terzo (31%) pensa che questo possa veramente accadere. 

Migliorare la gestione dell’energia a livello residenziale

“L’aumento dei prezzi dell’energia e un costo della vita più alto che mai, unito al numero crescente di veicoli elettrici su strada e di device alimentati con energia elettrica, rende la gestione dell’energia a livello residenziale una delle aree di maggiore importanza per i consumatori, per i costruttori, per le aziende e per i governi di tutto il mondo – commenta Jaap Ham, Associate Professor in the Industrial Engineering & Innovation Sciences all’Università della Tecnologia di Eindhoven -. I dati della ricerca mostrano che molti vogliono cambiare, ma sono pessimisti su quanto le loro scelte possano fare la differenza, mentre, in realtà, il futuro è davvero nelle nostre mani se rendiamo i luoghi dove viviamo più sostenibili con l’aiuto delle moderne tecnologie di gestione dell’energia”.

“L’ostacolo più grande al cambiamento sono i nostri schemi mentali”

“L’ostacolo più grande al cambiamento, oggi, sono i nostri schemi mentali – prosegue Ham -. Abbiamo come un blocco psicologico, che ci porta a sottrarci alla responsabilità di agire. La ricerca mostra che se adottiamo soluzioni intelligenti e digitali per combattere il ‘nemico invisibile’ negli sprechi del consumo e nella gestione dell’energia, se sostituiamo i combustibili fossili con elettricità da fonti pulite e intelligente cambiando ‘la dieta energetica’ degli edifici, possiamo vedere in concreto il contributo significativo che diamo alla lotta al cambiamento climatico. Inoltre, dovremmo poter fare il bene dell’ambiente senza compromessi sul benessere”.

Investire in soluzioni per le abitazioni smart e sostenibili 

Costo della vita e la possibilità di gestire costi e consumi dell’energia sono i motivi principali che spingono i consumatori a investire in soluzioni smart e sostenibili. Il 40% degli intervistati infatti crede che le tecnologie per gli edifici smart possano aiutare a rendere più sostenibili le loro case. E oltre la metà (54%) si aspetta che i nuovi edifici residenziali siano equipaggiati con tecnologie smart home, +13% rispetto al 2020
Individui e famiglie sono disposti a spendere in media 1.995 euro nei prossimi 12 mesi per aumentare l’efficienza energetica, e chi ha già adottato tecnologie smart è disposto a spendere 2.613 euro, mentre chi non ne ha mai usate,1.079 euro. Le tecnologie più acquistate? Quelle per l’illuminazione e la regolazione della temperatura.

Caro carburanti: le preoccupazioni degli automobilisti italiani

L’86% degli automobilisti è molto o abbastanza preoccupato per l’aumento dei prezzi dei carburanti, soprattutto per l’incidenza sul bilancio familiare, e oltre la metà ritiene l’ultimo provvedimento del Governo insufficiente. Il 73% degli italiani usa infatti l’auto più di 5 giorni a settimana, il 69% percorre più di 10mila chilometri all’anno, quasi sei su dieci spendono in media tra i 100 e i 300 euro al mese di carburante, e il 15% supera i 300 euro. Il Centro Studi di AutoScout24 ha indagato il sentiment degli automobilisti e l’impatto dell’aumento dei prezzi sulle abitudini di utilizzo dell’auto. E il primo aspetto che emerge è la conferma del ruolo centrale dell’auto, utilizzata dal 93% degli italiani per i propri spostamenti dovuti a esigenze familiari (65%) o per il tragitto casa-lavoro.

L’impatto sulle abitudini degli italiani al volante…

Al momento questa situazione ha avuto un impatto sulle abitudini di utilizzo dell’auto solo sul 37% del campione, ma in futuro potrebbe aumentare (63%) se non verranno presi provvedimenti e i costi dovessero salire ulteriormente. Per ora il 38% cerca di ridurre l’uso di auto benzina/diesel per il tempo libero, ma il vero cambiamento riguarda l’adozione di comportamenti virtuosi, come un diverso approccio alla guida e maggiore attenzione al risparmio. Circa un terzo, infatti, sceglie il distributore in base al prezzo più economico e il 27% tende a fare rifornimento esclusivamente al self service. Il 29% guida in modo ‘soft’ per ridurre i consumi, e un quinto monitora attentamente le spese mensili. Il 16% ha poi iniziato a usare app dedicate o il web per individuare le stazioni più economiche.

…e quello sulle scelte di acquisto di un’auto

Solo il 16% ha deciso di non acquistare più un’auto a causa del caro carburanti, mentre tra chi ha confermato l’intenzione all’acquisto l’aumento dei prezzi non ha influito nella scelta del tipo di alimentazione (74%). Quasi due su dieci si stanno spostando da vetture ‘tradizionali’ verso vetture che consumino meno, e il 9% da vetture tradizionali a ibride/elettriche. Le elettriche ‘pure’ rappresentano una quota minima: gli italiani dichiarano di non voler acquistarle principalmente a causa della scarsa autonomia delle batterie (39%) e per il costo elevato (24%).

Viaggi: rinunciare o no alle vacanze?

Sui viaggi il caro carburanti ha avuto sicuramente un impatto: il 22% dei rispondenti aveva intenzione di andare in vacanza, ma ha cambiato idea proprio per l’aumento del costo della benzina. Eppure, nella scelta del mezzo per i viaggi gli italiani non hanno dubbi. L’auto è il mezzo preferito (88%), per la possibilità di partire quando si vuole (83%), e per la libertà e la flessibilità che consente (33%).
Ma escludendo i fedelissimi (30%), che non rinuncerebbero mai alla comodità dell’auto, oltre la metà del campione in caso di aumenti userà l’auto solo se non avrà alternative, e il 18% valuterà attentamente mezzi alternativi scegliendo il più economico.

Vacanze con la famiglia in armonia, come far felici grandi e piccoli

Come è possibile conciliare partenza e benessere, esigenze dei piccoli e dei grandi, voglia di relax e desiderio di vivere nuove avventure? La vacanza è tutto questo, bellissima, ma se si parte in famiglia, magari con i bambini piccoli, può presentarsi qualche contrattempo che potrebbe minare il buonumore. Che fare, dunque? Basta seguire i consigli di Parentsmile, la prima piattaforma europea per il supporto e il benessere a domicilio di tutta la famiglia, che con la consulenza della dottoressa Rosangela Pozzi, ha messo a punto una lista in sette punti per vivere le vacanze senza stress.

Dalla scelta della meta alle buone, care abitudini

Per la riuscita della vacanze, è fondamentale individuare una meta che possa piacere sia ai più piccoli che ai più grandi. Per un bambino potrebbe non essere particolarmente interessante passare una vacanza intera in giro per musei. Meglio, quindi, scegliere una località che offra anche divertimento adatto alle varie età. Se scoprire nuovi posti è sempre bellissimo, è altrettanto vero che i più piccini i primi giorni potrebbero essere un po’ scombussolati dal cambiamento. Per questo motivo si consiglia di mantenere gli abituali orari di riposo, sonno e di pranzo e cena. Seguire ogni giorno la stessa routine – anche se si è al mare, al lago, in montagna – è la chiave per non destabilizzare troppo i figli e dare prevedibilità alla giornata.

Pronti a tutte le esperienze

Gli esperti consigliano di avere sempre con sé – nella borsa della mamma o nello zaino delle papà – colori, libri o giochini affinché i piccoli possano intrattenersi durante i tempi morti, ad esempio quando si aspetta di mangiare la ristorante. Se poi la destinazione e la struttura scelta lo consente, può essere bella per i bambini l’esperienza del mini club o junior club, con i loro coetanei, mentre i genitori prendono del tempo per loro.

Serenità e tranquillità in ogni momento della giornata 

Per vivere il momento del pranzo o della cena sarebbe utile avere accortezze quando si sceglie il ristorante o hotel come la disponibilità di sala pappe e biberonerie, menù vari per tutte le fasce di età, disposizione dei tavoli e, meglio ancora, se previsto uno spazio aperto con giardino in modo da godere di tutti i comfort. Allo stesso modo, si consiglia di non arrabbiarsi con i figli durante le vacanze e non essere esigenti nei compiti o letture di libri da portare a termine. Concedere ai figli uno stacco di qualche giorno dalla routine solita è importante per stimolare non solo la reattività ormonale, ma anche l’apparato immunitario.

Pandemia: quando si tornerà alla normalità post-Covid-19?

Dall’inizio della pandemia, il team Public Affairs di Ipsos indaga le opinioni degli italiani in merito all’emergenza Covid-19. In particolare, il livello di preoccupazione per le conseguenze, come e quando finirà la pandemia, il punto di vista sui vaccini e la campagna vaccinale, e le opinioni su Green Pass e Super Green Pass, e ora Ipsos ha pubblicato i risultati del 9° monitoraggio.
Già a dicembre 2021, il sondaggio internazionale Ipsos condotto in 33 Paesi, ha esplorato le prospettive degli intervistati sul tanto agognato ritorno alla normalità post-Covid. Da ormai oltre due anni il Covid-19 caratterizza infatti la nostra vita e le nostre attività quotidiane, e tutti ci stiamo chiedendo quando usciremo in via definitiva da questa pandemia globale.

Il peggio è ormai alle nostre spalle o deve ancora arrivare?

Secondo l’ultima rilevazione, il 12% degli intervistati dichiara che la pandemia è praticamente finita (-1% rispetto al mese scorso), il 48% (+3%) ritiene che il Covid-19 con le giuste precauzioni non rappresenti più una minaccia, il 29% (-3%) si reputa invece ancora attento, sostenendo che il virus rappresenti tuttora una minaccia, nonostante se ne parli di meno. Invariata invece la quota di italiani, pari a poco più di uno su cinque, che oggi vive il Covid come una minaccia ‘elevata o molto elevata’ per sé o per i propri familiari. Calano però di qualche punto quanti si ritengono maggiormente tranquilli, e aumenta la quota di mancate risposte al sondaggio. Quanti ritengono che il peggio della pandemia sia definitivamente alle nostre spalle restano poco meno del 60% (58%, -1%), i più pessimisti (‘il peggio deve ancora arrivare’) sono fermi all’8% e aumentano di 5 punti le mancate risposte.

I contagi stanno tornando a crescere?

Risale poi di qualche punto la previsione che nelle prossime settimane i contagi possano di nuovo tornare a crescere (44%, +4%), laddove il 39% (-8%) esclude l’eventualità, e anche in questo caso, aumentano le mancate risposte (17%, +4%). Dubbi in aumento anche riguardo all’orizzonte temporale in cui gli intervistati collocano in media la previsione della fine di ogni preoccupazione per il Covid-19. Sale infatti dall’11% al 20% la quota di mancate risposte: tra quanti si sbilanciano in una previsione diminuisce la media dei mesi indicati, tornando ai 16,2 mesi pronosticati ad aprile.

Ci sarà un’alta pandemia?

Scende inoltre di un paio di punti percentuali (15%) la quota di intervistati che dichiara di non conoscere nessuno che abbia contratto il virus in questi due anni e oltre di pandemia.
Ritenuta inevitabile da molti esperti virologi, gli intervistati continuano a dividersi tra quanti ritengono il mondo e l’Italia sufficientemente pronti ad affrontare una nuova pandemia e quanti, al contrario, sono pessimisti in proposito. Una quota che resta leggermente più alta rispetto agli ottimisti.

Sicurezza, aumentano i dispositivi Android non supportati

I terminali con sistema operativo Android rappresentano circa il 70% del mercato globale mobile, ma quando le versioni iniziano a diventare obsolete gli hacker possono approfittarne per ‘bucare’ le difese. Il più vecchio Android ancora supportato da Google è la versione numero 10, che raggiungerà la fine del suo ciclo di vita a settembre 2022. A quel punto, il 35% dei dispositivi con tale software sarà sprovvisto di aggiornamenti. Dal prossimo settembre, insomma, quasi un terzo degli smartphone con sistema operativo Android sarà a rischio sicurezza. Lo confermano gli esperti di Bitdefender, società di cybersecurity, che ha analizzato i dispositivi che eseguono Bitdefender Mobile Security su Android per capire la distribuzione del sistema operativo sull’intera gamma di smartphone, e il livello di effettiva sicurezza informatica.

“I dispositivi obsoleti e non supportati sono tra i migliori amici dei criminali informatici”

“Quando gli utenti scelgono un nuovo smartphone di solito considerano le dimensioni dello schermo, la facilità d’uso, la potenza di elaborazione, la qualità delle immagini e molte altre caratteristiche -spiegano gli esperti di Bitdefender -. Purtroppo, la durata del supporto del software in termini di sicurezza è raramente un fattore decisivo nella scelta. Se un produttore interrompe il supporto per un dispositivo, l’utente è libero di utilizzarlo, ma quando viene scoperta una vulnerabilità, l’azienda non applicherà più le patch, e sebbene il telefonino svolga ancora le sue funzioni, diventa estremamente vulnerabile. I dispositivi obsoleti e non supportati sono tra i migliori amici dei criminali informatici, soprattutto quelli ancora in uso”, riporta Ansa.

Google continua a supportare solo le ultime tre versioni

Fra pochi mesi quindi aumenterà il numero dei dispositivi non sicuri che si connettono a Internet. Uno dei problemi del sistema operativo Android è la frammentazione, in quanto Google ha rilasciato molte versioni di Android negli ultimi 14 anni e continua a supportare solo le ultime tre. A differenza di iOS, sono ancora in uso dispositivi con versioni Android lanciate anche dieci anni fa e sono molto più diffusi di quanto si possa immaginare. Gli utenti raramente considerano il supporto software quando acquistano uno smartphone e, in generale, finché non si guasta e ‘fa quello che deve’ il dispositivo non viene rottamato. A conti fatti, i vecchi dispositivi rappresentano una comoda porta di accesso per i malintenzionati.

Meglio passare a un dispositivo che riceve ancora le patch di sicurezza

Il dispositivo datato è una delle migliori risorse per il malintenzionato, riferisce Tuttoandroid.net, in quanto non riceve più le patch di sicurezza dal produttore e chi li utilizza di solito non perde tempo ad aggiornare il sistema operativo e le app installate. A parte considerare sempre il periodo di supporto per qualsiasi dispositivo al momento dell’acquisto, è buona norma controllare se uno qualsiasi dei dispositivi intelligenti presenti nella smart home esegue software non più supportato. Installare l’app Bitdefender Mobile Security sui dispositivi meno recenti è una buona idea, ma è sempre meglio passare a un dispositivo che riceve ancora le patch di sicurezza.

Deepfake: cosa sono e come riconoscerli?

I Deepfake si riferiscono comunemente a vari tipi di dati sintetici generati dal computer, che coinvolgono le persone e sono realizzati con reti neurali profonde. Può trattarsi di video, foto o registrazioni vocali. L’uso del deep learning, al posto delle tradizionali tecniche di editing delle immagini, riduce drasticamente lo sforzo e l’abilità necessari per creare un falso convincente, spiegano gli esperti di Kaspersky. Secondo alcune stime, il 96% di tutti i Deepfake è pornografico, evidenziando le preoccupazioni legate all’uso dei Deepfake per abusi, estorsioni e casi di pubblica umiliazione. Per questo, Google ha bandito gli algoritmi di Deepfake da Google Colaboratory, il servizio di calcolo gratuito con accesso alle GPU.

Una tecnologia al servizio del cybercrimine?

Diversi stati americani hanno leggi che li regolamentano, il progetto di legge cinese richiede l’identificazione dei dati generati al computer e il futuro regolamento UE sull’AI potrebbe includere una clausola su questa particolare tecnologia. In origine, il termine Deepfake si riferiva a un software che aveva guadagnato popolarità su Reddit, in grado di sostituire il volto di una persona all’interno di un video, e veniva utilizzato per creare porno non consensuali di alcune celebrità. Questa tecnologia potrebbe anche aiutare i criminali informatici. Gli algoritmi commerciali di rilevamento della vivacità, utilizzati dalle istituzioni finanziarie nelle procedure KYC, potrebbero essere ingannati da Deepfake creati a partire da fototessere, creando nuovi vettori di attacco e rendendo i documenti d’identità trapelati un problema ancora più grave.

Generare avatar realistici nel metaverso

Di fatto i Deepfake minano la fiducia degli utenti rispetto ai contenuti audio e video, in quanto potrebbero essere utilizzati per scopi malevoli. E diversi esperti e istituzioni, come Europol, avvertono che la crescente disponibilità di Deepfake può portare a un’ulteriore proliferazione della disinformazione su Internet. Ovviamente non esistono solo aspetti negativi. La CGI (computer-generated imagery) esiste da decenni, e viene utilizzata in diverse occasioni. Ad esempio, un algoritmo Deepfake è stato utilizzato anche per creare una serie virale su TikTok con protagonista un finto Tom Cruise. E alcune startup stanno cercando nuovi modi per utilizzare la tecnologia, ad esempio per generare avatar realistici nel metaverso.

Come riconoscerli?

I Deepfake potrebbero quindi essere difficili da riconoscere. Quelli utilizzati per le truffe tendono ancora a essere di bassa qualità, e possono essere individuati notando movimenti innaturali delle labbra, capelli non propriamente realistici, forme del viso non corrispondenti, battito di ciglia scarso o assente, e così via. Anche gli errori nella resa dei vestiti, o una mano che passa sul viso, possono rivelare un Deepfake amatoriale. Nel caso in cui un personaggio famoso o pubblico faccia affermazioni azzardate o offerte troppo belle per essere vere, anche se il video risultasse convincente, meglio fare un controllo incrociato delle informazioni, consultando fonti attendibili. Ma i truffatori possono intenzionalmente codificare i video per nascondere i difetti dei Deepfake creati, per cui osservare il video alla ricerca di indizi potrebbe non essere la strategia migliore.

Rapporto Europeo sulla Mobilità: i viaggi e la pandemia

Nel 2020, dopo l’impatto significativo della prima ondata di Covid-19, quelle successive hanno avuto un effetto sempre minore sul settore dei viaggi, con un numero sempre maggiore di persone che hanno deciso di prenotarne uno.
I dati di ogni Paese europeo mostrano che i cittadini di Regno Unito e Spagna hanno viaggiato molto più nel 2021 rispetto al 2020, mentre i dati di Germania e Italia suggeriscono maggiore cautela, con una crescita più lenta dei viaggi nel 2021.
Si tratta dei dati emersi dal Rapporto Europeo sulla Mobilità di Omio, la piattaforma di viaggio multimodale, condotto per valutare l’impatto della pandemia sul settore viaggi. Il report mostra alcune tendenze di viaggio, e in Italia la prima evidenza è che i viaggi hanno resistito alla pandemia. 

Meno voli e autobus più treni

Tra il 2019 e il 2021, secondo i dati Omio, il settore del trasporto aereo ha registrato un calo significativo dei voli a corto raggio (meno di 400 km).
In generale, gli spostamenti su lunghe distanze (oltre 800 km) sono diminuiti del 25% rispetto al periodo pre-pandemia, e quelli su distanze medio-lunghe (400-800 km) hanno registrato un -10%.
In pratica, i mezzi di trasporto sono stati colpiti in modo diverso. I treni, ad esempio, hanno assistito a una crescita del numero di passeggeri durante il periodo 2019-2021, mentre sono diminuiti quelli di voli e autobus.

Aumentano i viaggi all’interno del territorio nazionale

Rispetto ad altri Paesi, l’Italia ha registrato solo piccole variazioni percentuali nel numero di persone che viaggiano in base alla modalità: i viaggi in treno hanno registrato una variazione del 10% (in aumento o in diminuzione) e quelli in aereo sono calati solo del 30% nell’aprile 2020, mentre in tutti gli altri Paesi sono calati del 55-75%.
Nel complesso, si evidenzia un aumento consistente del numero di viaggi all’interno del territorio nazionale. Questo vale anche per l’Italia, dove, i viaggi internazionali si sono dimezzati nel periodo gennaio 2019-dicembre 2021. La Germania rappresenta l’unica eccezione in Europa.
Secondo lo studio di Omio, i viaggiatori hanno anche preferito esplorare i sentieri meno battuti rispetto alle destinazioni più popolari.

Prenotazioni last minute per viaggiare in “solitaria”

Ma con l’incertezza della pandemia, le prenotazioni all’ultimo minuto sono raddoppiate, con oltre il 20% dei viaggi prenotati il giorno stesso del viaggio.
Nel 2021, le prenotazioni last minute hanno raggiunto un picco del 25% circa, mentre nel 2019 era più vicino al 10%. Gli italiani sono stati quelli che hanno scelto di più il last minute, prenotando due o un giorno prima, se non addirittura il giorno stesso.
Dal momento che viaggiare in gruppo non era un’opzione percorribile durante la pandemia, molti hanno scelto di viaggiare in ‘solitaria’.
Tuttavia, i viaggi di gruppo sono in ascesa, e già da fine 2021 le due tipologie di viaggio hanno iniziato a registrare gli stessi numeri, anche se il rapporto 2 a 1 dell’estate 2019 è ancora lontano.

I nuovi target dei percorsi d’acquisto digitali per salute e benessere

Mascherine e dispositivi di protezione personale hanno spinto e modificato il percorso d’acquisto (purchase journey) degli italiani per i prodotti farmaceutici e medico sanitari di prima necessità.
Un’analisi di GfK Sinottica mostra come per il mercato Pharma il canale online acquisisca sempre più rilevanza, con target diversificati e numeri di tutto rispetto, pari ad altre categorie di prodotto che da più tempo sfruttano il digitale come canale privilegiato. I target coinvolti, infatti, non solo sono più numerosi, ma più diversificati. Ora, oltre a comprendere segmenti contemporanei già avvezzi allo shopping online, includono componenti più mature e tradizionali, che in virtù della ricerca di soluzioni utili ed efficaci abbracciano con inedito interesse il web. In particolare, gli acquirenti online di prodotti medicali (farmaci, integratori, dispositivi medico/sanitari) si caratterizzano per gli stili di benessere tipici di Millennials e GenX.

Sporty Performers, Experiency Seekers e Beauty&Wellness Lovers

Gli stili che rappresentano meglio Millennials e GenX sono Sporty Performers, Experiency Seekers e Beauty&Wellness Lovers, per i quali benessere e salute significano essenzialmente armonia psicofisica, tempo per sé e benessere della mente, perseguiti tramite performance sportiva, cura del corpo e dell’aspetto, alimentazione sana. Di fatto, oggi più di 7 milioni di italiani si affidano ai canali digitali per l’acquisto di integratori alimentari (54%), dispositivi medico/sanitari (51%) e farmaci da banco (48%). Il tutto all’insegna di un concetto di benessere sempre più olistico, dove l’equilibrio tra mente e corpo è centrale. Il 39% degli italiani dichiara che essere in salute significa godere di una piena armonia psicofisica.

I Baby Boomers sono Wellbeing Planners

L’acquisto online di prodotti Pharma riesce oggi a intercettare però anche frange di Baby Boomers, target dal profilo più classico e maturo.  In questo caso, si tratta di stili come i Wellbeing Planners, con un’attitudine globale al benessere, alla prevenzione e alla salute, che si sta facendo via via più contemporanea. Gli stessi, apprezzano non solo i prodotti più innovativi, ma anche un canale di acquisto fino a oggi poco esplorato e di interessante potenzialità.

L’acquisto online di prodotti Pharma raggiunge il 34% degli italiani

Un contesto sempre più sfidante e carico di opportunità, quindi, in cui la propensione all’acquisto online di prodotti per la salute (farmaci da banco, integratori, automedicazione, prodotti omeopatici) raggiunge il 34% della popolazione italiana. I principali takeouts dell’analisi GfK Sinottica confermano elementi cruciali, quali la complementarietà dei canali online e offline in piena cultura phygital, la presenza di target diversi con un approccio al benessere e alla salute dalle molteplici declinazioni, la necessità del prodotto di abbracciare il cambiamento dei consumatori. Fattori che sottolineano l’importanza strategica di individuare tone of voice, codici e linguaggi della comunicazione, in grado di calarsi sulle nuove personas, per massimizzare la relazione e l’engagement dei consumatori.

Nel 2021 più ciclabili e monopattini, ma trasporto pubblico in crisi 

Il 2021 ha visto la crescita e il diffondersi della ciclabilità, e per il monopattino in sharing è stato un vero e proprio boom. Al contempo, è proseguita la crisi del trasporto collettivo e l’auto è rimasta protagonista, anche se in diverse città il suo utilizzo non è tornato a livelli pre-Covid, anche per il protrarsi dello smart working. È quanto emerge dal Rapporto MobilitAria 2022, realizzato da Kyoto Club e dell’Istituto sull’Inquinamento Atmosferico del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Iia), in collaborazione con Isfort, nell’ambito della campagna europea Clean Cities, che analizza i dati della mobilità e della qualità dell’aria nel 2021 delle 14 città metropolitane italiane. 

Aumenta la flotta dei mezzi elettrici

Il rapporto evidenzia un potenziamento delle reti ciclabili presenti nelle città metropolitane italiane, grazie anche agli stanziamenti del ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibile (Mims). Tra i casi virtuosi, Roma (+69 km), Genova (+29 km), Torino (+17 km), Bologna (+12 km) e Cagliari (+11 km). Aumenta poi la flotta dei mezzi elettrici a disposizione in molti centri, tra cui Milano, che passa da una flotta di 3750 mezzi a 5250, Torino (da 3500 a 4500), Napoli (da 1050 a 1800), e Bari (da 1000 a 1500). Il report segnala inoltre l’avvio di servizi in alcune città che ne erano precedentemente sprovviste, come Catania, con 3 operatori e una flotta di 1000 mezzi, e Palermo, con 3500 mezzi in flotta e 7 operatori.

Bike sharing: la più virtuosa è Milano

Per il bike sharing la città più virtuosa è Milano, con quasi 17mila bici in flotta, seguita da Roma (9700), Torino (5300), Firenze (4000) e Bologna (2500). Il capoluogo lombardo conquista il primo posto anche per quanto riguarda la mobilità condivisa degli scooter (4352), seguita dalla Capitale (3400). Per quanto riguarda il car sharing, sul podio si piazzano Roma, con una flotta di 2153 vetture, Milano (2118) e Torino (880). Quanto alla composizione del parco circolante, le autovetture a gasolio sono in diminuzione, mentre si registra una crescita significativa delle autovetture elettriche e ibride.
Tra i principali exploit per quanto riguarda le aree metropolitane, Roma (99931 ibride e 10805 elettriche) Milano (86147 e 7509), e Torino (47470 e 5263), riporta Adnkronos.

Accelerare la svolta verso la città sostenibile

“Dal Rapporto emerge con chiarezza il peso negativo del traffico veicolare per le emissioni inquinanti e di gas serra e vengono sottolineate le criticità del nostro sistema di mobilità urbana – dichiara Anna Donati, del gruppo di lavoro Mobilità sostenibile di Kyoto Club -. Significativi investimenti sono in arrivo da PNRR e dal Bilancio, ma mancano ancora 5 miliardi da destinare alle reti tramviarie e metropolitane per le città, almeno 1,2 miliardi da destinare alla mobilità ciclabile, e 1 miliardo annuo aggiuntivo per i servizi di trasporto collettivo, se vogliamo accelerare la svolta verso la città sostenibile, attuare i Pums e arrivare a città carbon neutral al 2030”.