Cosa fare quando la saracinesca è bloccata

Una saracinesca bloccata è un problema non indifferente, a prescindere da cosa essa custodisca. Pensiamo ad esempio ad un garage, dal quale al momento è impossibile uscire o entrare. C’è poi anche il caso del negozio che non può riaprire la vendita proprio perché la saracinesca non vuol saperne di tornare a funzionare correttamente.

Dunque i motivi per i quali andiamo in ansia quando una saracinesca si blocca e non vuol saperne di ricominciare a funzionare sono molteplici, e tutti alquanto concreti.

Ecco perché facciamo bene a cercare rapidamente un rimedio e fare in modo che la nostra saracinesca possa tornare a funzionare come prima. Certamente, bisogna sottolineare che nel caso di una particolare urgenza o quando viene messa a repentaglio la sicurezza delle persone, è meglio chiamare un servizio di pronto intervento 24 affinché un tecnico qualificato possa ripristinare la situazione in maniera definitiva.

Cosa impedisce il movimento della saracinesca?

Tipicamente ci sono alcune situazioni che si verificano più spesso delle altre e che solitamente sono la causa di problemi di questo tipo alle saracinesche.

Spesso infatti ad esempio, succede che le corde usurate si lesionino. Le corde infatti consentono alla saracinesca di sollevarsi e chiudersi, e sono soggette dunque ad una certa forza meccanica, per questo motivo si usurano ed è bene sostituirle periodicamente.

In altri casi invece possono essere direttamente i pannelli ad essersi danneggiati, e ciò solitamente può avvenire a causa di un urto come ad esempio una macchina che ha fatto una manovra involontaria.

In quel caso l’urto avrà causato la rottura di un pannello, il quale è in grado di andarsi ad incastrare nel cassone e dunque impedisce alla saracinesca di alzarsi o abbassarsi.

In ultima analisi potrebbe essere presente un guasto relativo al sistema elettrico della saracinesca per il quale essa non va più a ricevere l’impulso che le consente di azionarsi.

Principalmente queste sono le più frequenti casistiche per le quali una saracinesca si blocca.

Come far funzionare nuovamente la saracinesca?

La prima cosa da fare è quella di evitare di cercare di forzare la saracinesca sollevandola manualmente, in quanto in questo caso potremmo andare a peggiorare la situazione e causare altri danni.

Verifichiamo quindi innanzitutto che non vi sia stata una interruzione dell’energia elettrica nell’appartamento o nell’intera zona: le saracinesche alimentate a corrente elettrica infatti, non possono funzionare quando salta la luce.

In caso contrario, dunque se la fornitura elettrica non è stata sospesa, potrebbe esserci un problema al meccanismo che innesca il movimento della saracinesca.

Anche in questo caso è meglio chiamare un tecnico che possa verificare che le guide siano allocate perfettamente al proprio posto o se vi siano altri componenti da sostituire come i classici rulli ed i tamburi.

Se invece dovessi accorgerti visivamente che ci sono delle parti danneggiate, ad esempio la corda, puoi tentare autonomamente di sostituirla. Perciò devi aprire l’alloggiamento e a quel punto estrarre la vecchia corda che si è lesionata. Potrai mettere al suo posto una nuova corda così da rimettere ogni cosa al suo posto.

Se invece a danneggiarsi è stata una delle strisce della saracinesca, in questo caso è necessario individuare il pannello danneggiato e svitarlo, così da poterlo sostituire.

Queste principalmente sono le casistiche per le quali la saracinesca può smettere di funzionare e le modalità di intervento per farla tornare ad operare correttamente, sia in modalità di apertura che in chiusura.

Fai bene a ricorrere ai servizi di un tecnico specializzato nel caso in cui tu non abbia particolare dimestichezza con questo tipo di riparazioni.

Calcoli renali: sintomi e rimedi

Quello dei calcoli renali è un problema che interessa in media una persona su otto. È un problema diffuso in maniera uniforme nel mondo e che riguarda indistintamente uomini e donne di tutte le età.

Cosa sono i calcoli renali?

Per calcoli renali si intende la formazione di piccoli agglomerati di minerali all’interno del nostro corpo e che provocano dolore quando vanno ad attraversare i reni per poi in calarsi nel sistema urinario.

Essi vanno a formarsi nel momento in cui le sostanze minerali che si trovano normalmente all’interno delle urine sono troppo concentrate, dando il vita a tale tipi di agglomerazioni che a tutti gli effetti hanno la forma di un minuscolo sassolino.

In base al tipo di sostanze minerali è possibile individuare diversi tipi di calcoli renali. Essi vengono genericamente suddivisi in tre grandi gruppi:

  • Ossalati di calcio
  • Calcoli di acido urico
  • Calcoli di fosfato di calcio

Come capire quando si hanno i calcoli renali?

Capire quando si presentano i calcoli renali è purtroppo molto semplice. Si tratta infatti di un dolore lancinante che è localizzato esattamente nella parte bassa della schiena e si tratta di un tipo di dolore continuo.

Esso può essere localizzato a destra o a sinistra in base alla posizione del sassolino: se questo sta attraversando il rene di destra il dolore sarà percepito a destra; se il sassolino starà attraversando il rene sinistro, il dolore sarà localizzato a sinistra.

Tale tipo di dolore può durare anche per qualche giorno, e in alcuni casi richiedere il ricovero ospedaliero. Il dolore è infatti dovuto al fatto che il rene si allarga per consentire al sassolino di attraversarlo.

Chiaramente contribuisce al dolore anche l’azione del sassolino stesso sulla superficie del rene.

Perché si formano i calcoli renali?

Sicuramente, alla base della formazione dei calcoli renali vi è una componente genetica.

Determinate persone infatti, tendono molto più di altre a produrre calcoli renali nel corso della loro vita. Chiaramente questo è un aspetto sul quale non è possibile lavorare.

Per il resto, i calcoli renali vanno a formarsi laddove non beviamo un sufficiente quantitativo di acqua ogni giorno e dunque la concentrazione dei minerali presenti nelle urine diventa maggiore.

Infatti, più le urine sono concentrate, maggiore è la possibilità che i minerali vadano ad aggregarsi formando questi sassolini.

Al contrario, andando a bere un adeguato quantitativo d’acqua ogni giorno la concentrazione di tali sostanze nelle urine sarà decisamente più bassa e dunque sarà possibile aumentare notevolmente la possibilità di non sviluppare i calcoli renali nell’arco della propria vita.

Acqua bisogna bere ogni giorno per evitare i calcoli renali?

Il quantitativo minimo di acqua da bere ogni giorno per evitare la formazione dei calcoli renali è di 2 litri. Dobbiamo infatti bere almeno due litri d’acqua al giorno per diminuire drasticamente le probabilità di andare a creare dei calcoli renali.

Nel calcolo dei due litri d’acqua vanno annessi anche i liquidi che assumiamo con i cibi. Parliamo ad esempio di brodo, zuppe, tisane e qualsiasi altro tipo di liquido ciò che mangiamo.

Se possibile, è bene anche superare la soglia dei due litri giornalieri d’acqua, così da andare ulteriormente a diluire le nostre urine.

Quali cibi evitare se si soffre di calcoli renali?

Ci sono determinati alimenti che effettivamente vanno evitati se si soffre di calcoli renali, ma per rispondere con precisione bisogna prima sapere quale tipo di calcolo renale si produce solitamente.

Per sapere ciò, è sufficiente prelevare il sassolino una volta espulso e farlo analizzare in un laboratorio specializzato per determinarne l’origine. A quel punto si potrà stabilire con certezza la sua origine e sarà dunque possibile stilare una lista di cibi e bevande da evitare per fare in modo che la loro formazione sia più difficile in futuro.

In linea generale comunque, per evitare la formazione dei calcoli renali, bisogna consumare quantità di sale che siano veramente moderate. Inoltre è bene evitare di bere quantità eccessive di the, dunque evitare di berlo ogni giorno.

Conclusione


Se avverti un dolore lancinante al fianco e vuoi capire se effettivamente si tratti di calcoli renali, o se sei solitamente interessato da questo tipo di problema e vuoi capirne di più sullo stesso e l’alimentazione consigliata per limitare il problema, puoi richiedere un teleconsulto medico ad esperti che conoscono bene questa patologia.

Cassetta della posta in condominio: cosa c’è da sapere

Grazie alla cassetta della posta possiamo ricevere la nostra corrispondenza e ritirarla quando ci viene più comodo, senza la possibilità che qualcuno possa sottrarla durante la nostra assenza.

Soprattutto se si tratta di cassette postali condominiali, ci sono alcune cose che è bene sapere per seguire con precisione ciò che la legge prevede e non avere brutte sorprese. Vediamo di seguito di cosa si tratta.

Dove posizionare la cassetta postale condominiale?

La normativa vigente prevede che la cassetta della posta non debba essere posizionata all’interno dell’androne o della scala o comunque in un luogo protetto da portoni o cancelli. Ciò per fare in modo che il lavoro di consegna del portalettere o dei corrieri possa essere più semplice possibile.

Per questo motivo la cassetta della posta va sempre posizionata sulla pubblica via, così come previsto dal Decreto Ministeriale del 9 Aprile 2001. In questa maniera chi deve consegnare della corrispondenza o un pacchetto può farlo senza la necessità di dover chiedere a qualcuno di poter accedere ai locali ed essere accompagnato fino al punto esatto in cui si trova la bacheca condominiale.

Nel caso di edifici realizzati prima del 2001, dunque edifici in cui sono ancora presenti le vecchie cassette della posta collocate all’interno dei locali, il consiglio è quello di sostituire la vecchia cassetta della posta con una più moderna e spostarla direttamente all’esterno dell’edificio cosicché il condominio possa adattarsi a quanto previsto dalla normativa che nel frattempo si è aggiornata.

Come fissarla sulla pubblica via?

Fissare la cassetta della posta su un muro esterno o direttamente sulla cancellata non è un problema, grazie a degli appositi supporti esistenti in commercio che consentono di saldare in maniera sicura e duratura la cassetta della posta senza che questa possa dunque in qualche modo essere sottratta o manomessa.

I moderni modelli realizzati al 100% in alluminio infatti consentono di stare tranquilli in quanto diventa pressoché impossibile andare a forzare la cassetta per cercare di sottrarre la corrispondenza. Al tempo stesso grazie agli appositi supporti di fissaggio diventa impossibile cercare di danneggiare in qualche modo l’intera cassetta con l’intento di sottrarla. Dunque bisogna pensare che la propria cassetta è assolutamente al sicuro anche se si trova all’esterno del condominio.

Chi deve pagare le cassette della posta e la loro manutenzione?

I costi relativi all’acquisto delle cassette postali, così come quelli relativi alla loro manutenzione, sono da ripartire in parti uguali tra tutti i condomini. Parliamo chiaramente delle spese di acquisto e montaggio delle stesse, nonché della loro  manutenzione.

Diverso è il caso per il quale si presenta il danneggiamento o la rottura di una singola cassetta della posta. In questo caso la spesa interesserà esclusivamente il titolare di quella determinata cassetta e non sarà dunque un costo da ripartire tra tutti gli abitanti del condominio. Parliamo chiaramente di cifre sicuramente abbordabili anche in considerazione del fatto che la spesa è ripartita tra più persone.

Cosa scrivere sulla targhetta?

La legge prevede che ciascuna cassetta della posta debba recare una targhetta che presenti il nome ed il cognome dell’intestatario di quella cassetta della posta. In questa maniera per il portalettere o corriere è molto più facile andare ad individuare il titolare della cassetta e dunque lasciare la corrispondenza per lui.

Questo elemento, ovvero quello della targhetta con il nome, è davvero importante perché in sua assenza, o in caso di nome non facile da leggere, il portalettere potrebbe decidere di lasciare un avviso di giacenza e invitare l’utente ad andare a recuperare la sua corrispondenza direttamente presso l’ufficio postale.

Mai più ladri in casa, grazie alle inferriate

Di questi tempi è sempre più frequente venire a conoscenza di episodi di effrazione verificatisi all’interno di abitazioni ma anche uffici e attività commerciali su strada. In particolar modo questi fenomeni si sono acuiti dal momento in cui è iniziata la pandemia, e al momento si tratta di un trend che non sembra essere destinato a finire ma al contrario si protrae nel tempo.


L’esigenza di mettere in sicurezza la propria casa

Proprio per questo motivo tante persone stanno cercando di correre ai ripari adottando le soluzioni che più ritengono idonee per arginare il problema e mettere in sicurezza il luogo in cui si vive, l’ufficio o la propria attività commerciale.

Tra questi vi sono sicuramente le inferriate apribili e quelle fisse, che sono delle soluzioni particolarmente efficaci in quanto rappresentano una barriera fisica molto difficile (se non impossibile) da superare per qualsiasi malintenzionato.

Inferriate di sicurezza fisse e apribili

Esistono i modelli specifici che sono apribili per consentire il passaggio delle persone, ad esempio su porte e accessi secondari o porte-finestre, così come esistono direttamente le inferriate di sicurezza fisse che non possono essere aperte e che dunque rappresentano un sistema di chiusura permanente, ottimo ad esempio per le finestre.

L’eleganza del ferro battuto

Il bello di questo tipo di sistema è che ha anche un impatto architettonico particolarmente gradevole, grazie alla lavorazione del ferro battuto e conseguente design ricercato, che fa sì che  questo tipo di soluzione abbia un impatto estetico particolarmente elegante, in grado di adattarsi ad ogni tipo di contesto e dunque di rappresentare un elemento in grado di arricchire e valorizzare ogni tipo di porta o finestra.

Quella delle inferriate è dunque la soluzione che più delle altre consente di poter indurre ogni tipo di malintenzionato a desistere e spostare le sue mire su obiettivi più facili da raggiungere in quanto meno protetti.

Consigli per risparmiare energia quando si adopera un condizionatore d’aria

Con l’arrivo dell’estate tutti cominciamo ad utilizzare il condizionatore d’aria per stare più al fresco e patire meno il caldo estivo. Vediamo allora alcuni consigli per risparmiare energia quando utilizziamo il condizionatore.

Sfrutta la modalità sleep

La modalità sleep è pensata per quando desideriamo tenere acceso il condizionatore anche la notte. In questa maniera, è direttamente il dispositivo a gestire la temperatura all’interno della stanza aumentandola leggermente nel corso della notte, dato che dormendo abbiamo bisogno di una temperatura dell’aria più alta rispetto i momenti in cui siamo in attività. Questo tipo di gestione consente inoltre un discreto risparmio energetico.

Non impostare una temperatura troppo bassa

Impostare il condizionatore d’aria ad una temperatura troppo bassa può influire negativamente sia sulla tua salute che sui consumi. Cerca per questo di non impostare mai una temperatura al di sotto dei 24° per evitare una eccessiva escursione termica con la temperatura esterna e sfrutta invece maggiormente la funzione deumidificatore nelle ore del giorno, così da ottenere un miglior risparmio energetico.

Pulisci i filtri del tuo condizionatore

Pulire regolarmente i filtri del tuo condizionatore può significare veramente molto dal punto di vista dell’efficienza energetica del tuo dispositivo, dato che in questo modo il condizionatore riesce a lavorare con più facilità. Inoltre, pulire i filtri consente di avere un’aria molto più pulita in casa e dunque i vantaggi sono notevoli anche per la salute.

Effettua la manutenzione periodica del dispositivo

Effettuare periodicamente la manutenzione del tuo condizionatore, in media ogni due anni, significa verificare la presenza di eventuali perdite di gas o di altri problemi in grado di influire sull’efficienza del dispositivo e dunque sul consumo di energia. Da questo punto di vista i condizionatori Daikin sono tra quelli più efficienti e che consentono un risparmio energetico superiore.

Più competitività con i laser industriali

Essere competitivi sul mercato, e riuscire ad offrire prodotti di ottima qualità ad un prezzo il più possibile conveniente per il cliente finale, è oggi la sfida alla quale sono chiamate tantissime aziende e realtà commerciali di ogni tipo.

I fattori che concorrono ad aumentare tale livello di competitività sono molteplici e sicuramente tra questi vi sono i materiali che arrivano da oltreoceano, e dunque da paesi in cui i costi di produzione sono particolarmente bassi.

Laser industriali e aumento della produttività

Uno degli strumenti più efficaci e che consente effettivamente di aumentare la qualità della produzione sono i laser industriali, una soluzione che consente di rispondere in maniera adeguata ed efficace alle richieste di mercato che sono sempre più esigenti.

Il laser industriale trova applicazione in tantissimi campi quali ad esempio quello militare, scientifico ed estetico, e consente di ottenere risultati che i sistemi di lavorazione tradizionale non riescono in alcun modo di ottenere.

I vantaggi del laser industriale

Uno dei vantaggi principali è quello di riuscire ad avere una precisione di taglio che è impossibile da ottenere con qualsiasi altro strumento ad oggi esistente, così come l’assenza di una pressione meccanica sul pezzo sul quale si sta andando a lavorare. Grazie al laser è anche possibile andare a lavorare su profili particolarmente complessi e ottenere raggi di curvatura impensabili da ottenere con qualsiasi altro tipo di strumento.

A questo si unisce chiaramente una maggiore velocità di esecuzione e dunque un risparmio per quel che riguarda i tempi di lavoro e la manodopera, con i costi di produzione che vanno inevitabilmente a diminuire con tutti i vantaggi economici che conseguono per l’azienda.

Parliamo infine di una tipologia di tecnologia che è possibile definire “pulita”, in quanto non inquina e non necessita di sostanze chimiche o altri materiali inquinanti per poter funzionare, ma si limita all’utilizzo del raggio laser per effettuare le incisioni prescelte.

L’utilità di un portabadge

Uno dei problemi di lavoratori e di tutti i colori quali sono in possesso di un badge che consente loro di accedere ai locali in cui viene svolta una determinata attività lavorativa, è quello di portare sempre con sé il badge senza smarrirlo o dimenticarlo a casa, ma anche quello di riuscire a mantenerlo integro nel tempo e fare in modo che questo non possa rovinarsi all’interno del portafogli o addirittura smagnetizzarsi.

Nulla infatti, è più fastidioso dell’arrivare sul luogo di lavoro e scoprire di aver dimenticato in altro luogo il badge che consente di accedere ai locali, oppure di averlo portato con sé ma di non riuscirlo a trovare magari perché questo si trova tra mille altre cose all’interno di una borsa o in una qualsiasi tasca tra quelle della giacca o del pantalone. I portabadge che propone Cotini srl servono proprio a risolvere tale tipo di necessità e consentire a tutti di poter avere il proprio badge sempre a portata di mano ed in perfette condizioni.

L’astuccio in plastica rigida

In particolar modo esistono due tipi di portabadge: Il primo è quello in plastica con asola, un comodo astuccio portabadge in plastica rigida trasparente che consente di attaccare l’astuccio al cordoncino grazie alla comoda asola. Tale accessorio consente di custodire in maniera perfetta il proprio badge e avere la certezza che questo non vada a rovinarsi nel tempo magari all’interno del portafogli o del luogo in cui siamo soliti riporlo.

Il cordoncino colorato

Il secondo accessorio è invece un cordoncino colorato per portabadge, disponibile in 10 differenti colorazioni e che include anche il moschettone, così da potervi agganciare il portabadge. È realizzato in nylon ed è acquistabile in lotti da 10 pezzi. Avendolo sempre al collo sarà dunque molto più difficile smarrirlo o poggiarlo in un posto e poi essere costretti a doverlo cercare continuamente.

Entrambi questi accessori sono in grado di risolvere quello che è un piccolo problema di chi fa solitamente uso del badge, e consente anche di preservarne l’integrità nel tempo.

Motel con centro wellnes a Monza

L’ Over Motel è un motel Monza 4 stelle di recente apertura, elegante, accogliente e situato in posizione strategica per poter raggiungere anche Milano in pochi minuti d’auto. Le camere offrono al cliente tutte le comodità ed i comfort necessari per un meraviglioso soggiorno: dall’aria condizionata al riscaldamento, dal wifi gratuito alla tv, dal frigobar alla cassetta di sicurezza e ancora set di cortesia per il bagno e phon. Inoltre per ogni cliente vi è un box auto privato con accesso fronte camera, così che sia possibile parcheggiare l’auto proprio davanti il proprio appartamento con una apposita tenda motorizzata a garantire il massimo della privacy.

Niente di meglio dunque, che concedersi una pausa di tranquillità in questo luogo così lontano dallo stress quotidiano, per allontanare tensioni e stanchezza. E se avessi voglia di qualcosa di speciale? Nessun problema! Il centro benessere dell’ Over Motel di Vimercate è esattamente ciò di cui hai bisogno per rendere il tuo soggiorno un’esperienza davvero speciale: concediti un bagno in vasca idromassaggio con acqua riscaldata, prova la sauna, il bagno di vapore ed il tunnel emozionale nell’hammam. Completa la tua esperienza nel centro benessere ascoltando della musica rilassante, e avvertirai quella meravigliosa sensazione di rilassatezza e tonicità che avevi quasi dimenticato.

L’ Over Motel è la struttura ideale sia che viaggi in famiglia che in coppia, grazie ai tanti parchi e aree all’aperto che caratterizzano la zona ma anche grazie ai tanti negozi e siti di interesse storico e culturale che interessano principalmente la città di Monza. Usufruire dei servizi di questa moderna struttura ricettiva significa inoltre avere la certezza di adoperare della biancheria che viene lavata con prodotti certificati con garanzia che il Ph sia conforme a quello della pelle ma soprattutto una sanificazione che garantisce l’assenza di allergeni di ogni tipo.

Sai quanto inquinano smartphone e computer aziendali?

Leggiamo e sentiamo parlare sempre più spesso di inquinamento dovuto alle emissioni tecnologiche. Ma quanto inquinano nella realtà quelle aziendali? A questa domanda ha risposto il report “The green IT revolution: A blueprint for CIOs to combat climate change”, a cura di McKinsey & Company, che dichiara subito che “le emissioni generate dalla componente tecnologica delle aziende sono molto più consistenti di quanto comunemente si creda”.

L’1% delle emissioni globali di gas serra

L’analisi evidenzia che la tecnologia aziendale è responsabile dell’emissione di circa 350-400 megatoni di gas equivalenti di anidride carbonica (CO 2 e), che rappresentano circa l’1% delle emissioni globali di gas serra (GHG). A prima vista, questo potrebbe non sembrare molto, ma equivale a circa la metà delle emissioni dell’aviazione o della navigazione ed è l’equivalente del carbonio totale emesso dal Regno Unito. Il settore industriale che contribuisce con la quota maggiore delle emissioni di gas serra di ambito 2 e 3 relative alla tecnologia è quello delle comunicazioni, dei media e dei servizi. Il contributo della tecnologia aziendale alle emissioni totali è particolarmente elevato per le assicurazioni (45% del totale delle emissioni ) e per i servizi bancari e di investimento (36%).

I grandi colpevoli sono i device aziendali, non i data center

I dispositivi degli utenti (laptop, tablet, smartphone e stampanti) generano da 1,5 a 2,0 volte più carbonio a livello globale rispetto ai data center. Uno dei motivi è che le aziende dispongono di un numero significativamente maggiore di dispositivi per gli utenti finali rispetto ai server nei data center locali. Inoltre, i dispositivi in genere vengono sostituiti molto più spesso: gli smartphone hanno un ciclo di aggiornamento medio di due anni, i laptop quattro anni e le stampanti cinque anni. Mediamente, i server vengono sostituiti ogni cinque anni, anche se il 19% delle organizzazioni dilata i tempi più a lungo. Ancora più preoccupante, le emissioni dei dispositivi degli utenti sono sulla strada per aumentare a un CAGR del 12,8% all’anno. Gli sforzi per affrontare questo problema potrebbero mirare alle principali cause di emissioni di questi dispositivi. Circa tre quarti delle emissioni provengono dalla produzione, dal trasporto a monte e dallo smaltimento. Una fonte significativa di queste emissioni sono i semiconduttori che alimentano i dispositivi.

Selezionare i modelli più ecologici 

Con queste cifre, appare evidente che non si può aspettare e che invece bisogna correre ai ripari. Il report sottolinea, infatti, quante e quali azioni concrete possono adottare i chief information officer per ridurre emissioni e tagliare i costi energetici. Oltre ottimizzare l’utilizzo dei dispositivi, è possibile scegliere quelli più ecologici, allungare il loro ciclo di vita (anche attraverso riparazione e riuso), impegnarsi di più nel riciclo (l’89% delle organizzazioni ricicla meno del 10% del proprio hardware). Basterebbero queste mosse per dimezzare le emissioni.

L’identikit delle aziende italiane di e-commerce

La pandemia ha fatto compiere all’Italia un salto evolutivo di 10 anni verso il digitale, in particolare sul fronte dell’e-commerce. Nel 2022 gli acquisti online sono stimati in crescita del +14% (45,9 miliardi di euro), rispetto ai 27 miliardi del 2018. Oggi le oltre 70 mila le aziende che vendono online sono costituite principalmente da società di capitali (53,6%), contro un 29,5% di imprese individuali e un 15,2% di società di persone. Si tratta prevalentemente di aziende di piccole dimensioni, con un fatturato che quasi nel 90% dei casi risulta inferiore ai 5 milioni di euro. Nell’80% circa dei casi hanno meno di 10 dipendenti (meno di 5 nel 64% del totale). Sono alcuni dati elaborati dalla piattaforma di marketing intelligence di CRIF, che ha delineato l’identikit delle aziende di e-commerce italiane.

Settori e distribuzione geografica

In questi ultimi anni difficili, queste aziende hanno sofferto meno la crisi: il 31% di società di capitali ha registrato addirittura un fatturato in crescita nell’ultimo biennio, e nel 30% dei casi si tratta di realtà in crescita anche come numero di dipendenti. Il settore di appartenenza prevalente è quello del commercio all’ingrosso e al dettaglio (51,7% del totale), seguito da attività manifatturiere (17,5%), agricoltura (5%), servizi di informazione e comunicazione (4,6%), e attività dei servizi di alloggio e ristorazione (3,5%).
La localizzazione geografica vede al primo posto la Lombardia (18% del totale), seguita da Lazio (9,9%), Campania (9,5%), Veneto (8,8%) ed Emilia Romagna (8,4%).

Rischiosità commerciale, digital attitude e innovazione 

Da sottolineare anche come le aziende di e-commerce italiane risultino anche più virtuose dal punto di vista della rischiosità commerciale, con una quota di aziende caratterizzate da un livello di rischio molto basso, quasi il doppio rispetto alla media italiana (16,7% del totale vs 9%). Analizzandole sulla base di due score proprietari di CRIF, che misurano la digital attitude e il livello di innovazione, emerge che rispettivamente nel 74% e nel 72,3% dei casi mostrano un grado elevato di digitalizzazione e innovazione.
“Segnali positivi che danno fiducia anche per quanto riguarda la capacità di queste imprese di fronteggiare una situazione economica e geopolitica ancora difficile e incerta”, commenta Simone Capecchi, Executive Director CRIF.

Le Pmi digitali e il PNRR

“Nel contesto del PNRR – continua Capecchi -, lo sviluppo del commercio elettronico delle Pmi in Paesi esteri costituisce uno dei titoli degli strumenti finanziari previsti dal Piano, con contributi a fondo perduto fino al 40% per lo sviluppo piattaforme di e-commerce e di web marketing. E i player finanziari possono giocare un ruolo fondamentale nel supporto alle imprese in questo percorso di sviluppo digitale. Per farlo, è fondamentale una conoscenza approfondita delle imprese stesse, messa a disposizione agevolmente da piattaforme che valorizzino l’intero ecosistema di dati e analytics”. 

Clima e caro bollette: per i consumatori c’è un collegamento

Lo ha rilevato uno studio di Schneider Electric: quasi 9 consumatori su 10 a livello mondiale, l’86%, pensano che il cambiamento climatico porterà all’aumento della bolletta energetica, e per 7 su 10 (72%) è una priorità personale ridurre l’impronta di carbonio. Il 55% è infatti convinto che sia responsabilità degli individui combattere il cambiamento climatico. Secondo lo studio, inoltre, più della metà degli intervistati (55%) ritiene importante che gli edifici in cui vivono diventino ‘net zero’, anche se meno di un terzo (31%) pensa che questo possa veramente accadere. 

Migliorare la gestione dell’energia a livello residenziale

“L’aumento dei prezzi dell’energia e un costo della vita più alto che mai, unito al numero crescente di veicoli elettrici su strada e di device alimentati con energia elettrica, rende la gestione dell’energia a livello residenziale una delle aree di maggiore importanza per i consumatori, per i costruttori, per le aziende e per i governi di tutto il mondo – commenta Jaap Ham, Associate Professor in the Industrial Engineering & Innovation Sciences all’Università della Tecnologia di Eindhoven -. I dati della ricerca mostrano che molti vogliono cambiare, ma sono pessimisti su quanto le loro scelte possano fare la differenza, mentre, in realtà, il futuro è davvero nelle nostre mani se rendiamo i luoghi dove viviamo più sostenibili con l’aiuto delle moderne tecnologie di gestione dell’energia”.

“L’ostacolo più grande al cambiamento sono i nostri schemi mentali”

“L’ostacolo più grande al cambiamento, oggi, sono i nostri schemi mentali – prosegue Ham -. Abbiamo come un blocco psicologico, che ci porta a sottrarci alla responsabilità di agire. La ricerca mostra che se adottiamo soluzioni intelligenti e digitali per combattere il ‘nemico invisibile’ negli sprechi del consumo e nella gestione dell’energia, se sostituiamo i combustibili fossili con elettricità da fonti pulite e intelligente cambiando ‘la dieta energetica’ degli edifici, possiamo vedere in concreto il contributo significativo che diamo alla lotta al cambiamento climatico. Inoltre, dovremmo poter fare il bene dell’ambiente senza compromessi sul benessere”.

Investire in soluzioni per le abitazioni smart e sostenibili 

Costo della vita e la possibilità di gestire costi e consumi dell’energia sono i motivi principali che spingono i consumatori a investire in soluzioni smart e sostenibili. Il 40% degli intervistati infatti crede che le tecnologie per gli edifici smart possano aiutare a rendere più sostenibili le loro case. E oltre la metà (54%) si aspetta che i nuovi edifici residenziali siano equipaggiati con tecnologie smart home, +13% rispetto al 2020
Individui e famiglie sono disposti a spendere in media 1.995 euro nei prossimi 12 mesi per aumentare l’efficienza energetica, e chi ha già adottato tecnologie smart è disposto a spendere 2.613 euro, mentre chi non ne ha mai usate,1.079 euro. Le tecnologie più acquistate? Quelle per l’illuminazione e la regolazione della temperatura.

Caro carburanti: le preoccupazioni degli automobilisti italiani

L’86% degli automobilisti è molto o abbastanza preoccupato per l’aumento dei prezzi dei carburanti, soprattutto per l’incidenza sul bilancio familiare, e oltre la metà ritiene l’ultimo provvedimento del Governo insufficiente. Il 73% degli italiani usa infatti l’auto più di 5 giorni a settimana, il 69% percorre più di 10mila chilometri all’anno, quasi sei su dieci spendono in media tra i 100 e i 300 euro al mese di carburante, e il 15% supera i 300 euro. Il Centro Studi di AutoScout24 ha indagato il sentiment degli automobilisti e l’impatto dell’aumento dei prezzi sulle abitudini di utilizzo dell’auto. E il primo aspetto che emerge è la conferma del ruolo centrale dell’auto, utilizzata dal 93% degli italiani per i propri spostamenti dovuti a esigenze familiari (65%) o per il tragitto casa-lavoro.

L’impatto sulle abitudini degli italiani al volante…

Al momento questa situazione ha avuto un impatto sulle abitudini di utilizzo dell’auto solo sul 37% del campione, ma in futuro potrebbe aumentare (63%) se non verranno presi provvedimenti e i costi dovessero salire ulteriormente. Per ora il 38% cerca di ridurre l’uso di auto benzina/diesel per il tempo libero, ma il vero cambiamento riguarda l’adozione di comportamenti virtuosi, come un diverso approccio alla guida e maggiore attenzione al risparmio. Circa un terzo, infatti, sceglie il distributore in base al prezzo più economico e il 27% tende a fare rifornimento esclusivamente al self service. Il 29% guida in modo ‘soft’ per ridurre i consumi, e un quinto monitora attentamente le spese mensili. Il 16% ha poi iniziato a usare app dedicate o il web per individuare le stazioni più economiche.

…e quello sulle scelte di acquisto di un’auto

Solo il 16% ha deciso di non acquistare più un’auto a causa del caro carburanti, mentre tra chi ha confermato l’intenzione all’acquisto l’aumento dei prezzi non ha influito nella scelta del tipo di alimentazione (74%). Quasi due su dieci si stanno spostando da vetture ‘tradizionali’ verso vetture che consumino meno, e il 9% da vetture tradizionali a ibride/elettriche. Le elettriche ‘pure’ rappresentano una quota minima: gli italiani dichiarano di non voler acquistarle principalmente a causa della scarsa autonomia delle batterie (39%) e per il costo elevato (24%).

Viaggi: rinunciare o no alle vacanze?

Sui viaggi il caro carburanti ha avuto sicuramente un impatto: il 22% dei rispondenti aveva intenzione di andare in vacanza, ma ha cambiato idea proprio per l’aumento del costo della benzina. Eppure, nella scelta del mezzo per i viaggi gli italiani non hanno dubbi. L’auto è il mezzo preferito (88%), per la possibilità di partire quando si vuole (83%), e per la libertà e la flessibilità che consente (33%).
Ma escludendo i fedelissimi (30%), che non rinuncerebbero mai alla comodità dell’auto, oltre la metà del campione in caso di aumenti userà l’auto solo se non avrà alternative, e il 18% valuterà attentamente mezzi alternativi scegliendo il più economico.

Imprese estere in Italia: 19,3% fatturato industria e servizi, e +23,6% occupati

Le imprese a controllo estero in Italia generano da sole il 19,3% del fatturato nazionale del settore industria e servizi, pari a 624 miliardi di euro. E nel decennio 2009-19 il numero degli occupati delle multinazionali estere è cresciuto del 23,6% (+289mila addetti), raggiungendo 1,5 milioni di dipendenti, l’8,7% del totale degli occupati delle imprese a livello nazionale. Le multinazionali estere in Italia sono 15.779, ma se corrispondono solo allo 0,4% del totale delle imprese residenti, rappresentano un driver fondamentale di crescita del sistema produttivo e dell’economia del nostro Paese.  Sono alcuni dati emersi dal report ‘Le imprese estere in Italia e i nuovi paradigmi della competitività’ dell’Osservatorio Imprese Estere, nato per iniziativa dell’Advisory Board Investitori Esteri (Abie) di Confindustria.

In dieci anni +70% di valore aggiunto

Sempre nel periodo 2009-19, le imprese estere hanno registrato un incremento del valore aggiunto di quasi il 70%, passando dai 79 miliardi di euro del 2009 ai 134 miliardi di euro del 2019 (+55 miliardi), con una crescita anche della quota sul totale del Paese, passata dal 12,6% al 16,3%. Significa che le imprese estere hanno contributo quasi al 30% dell’incremento del valore aggiunto nel decennio considerato. Altrettanto rilevante anche l’apporto di queste imprese agli scambi commerciali con l’estero, toccando quasi un terzo (32%) delle esportazioni, e oltre il 46% delle importazioni realizzate dal complesso delle imprese residenti in Italia.

Un investimento pari al 26% della spesa per la ricerca privata

Le multinazionali a capitale estero si distinguono poi per una significativa propensione a investire nel Paese e a innovare, fornendo un importante impulso al settore Ricerca & Sviluppo, grazie all’investimento complessivo di 4,3 miliardi di euro nel 2019, pari al 26% del totale della spesa per la ricerca privata realizzata in Italia. Le imprese estere operano prevalentemente in settori con tecnologia più elevata e partecipano al trasferimento tecnologico da e verso le imprese domestiche, che sono incentivate all’introduzione di nuovi processi produttivi e al miglioramento delle competenze.
Inoltre, spesso assumono il ruolo di lead firm anche sui segmenti della filiera produttiva non direttamente integrati all’interno del perimetro societario. Le maggiori dimensioni e l’appartenenza a Gruppi con sedi in diversi Paesi non solo rendono le multinazionali complementari rispetto al tessuto industriale italiano, ma favoriscono l’internazionalizzazione del sistema produttivo del Paese.

Più resilienti di fronte alle sfide di oggi e del futuro

L’organizzazione manageriale tipica delle multinazionali, riporta Adnkronos, è un fattore particolarmente rilevante ai fini di una migliore capacità di gestione di investimenti complessi. Non sorprende pertanto se grazie al loro assetto organizzativo e alla loro presenza internazionale, le multinazionali si contraddistinguano anche per una forte sensibilità ai temi della sostenibilità ambientale. Questi elementi, uniti a una naturale disposizione a flessibilità e innovazione, rendono le imprese a controllo estero resilienti di fronte alle sfide di oggi e del futuro: dalla riorganizzazione delle modalità lavorative fino alla transizione ecologica e digitale.

Vacanze con la famiglia in armonia, come far felici grandi e piccoli

Come è possibile conciliare partenza e benessere, esigenze dei piccoli e dei grandi, voglia di relax e desiderio di vivere nuove avventure? La vacanza è tutto questo, bellissima, ma se si parte in famiglia, magari con i bambini piccoli, può presentarsi qualche contrattempo che potrebbe minare il buonumore. Che fare, dunque? Basta seguire i consigli di Parentsmile, la prima piattaforma europea per il supporto e il benessere a domicilio di tutta la famiglia, che con la consulenza della dottoressa Rosangela Pozzi, ha messo a punto una lista in sette punti per vivere le vacanze senza stress.

Dalla scelta della meta alle buone, care abitudini

Per la riuscita della vacanze, è fondamentale individuare una meta che possa piacere sia ai più piccoli che ai più grandi. Per un bambino potrebbe non essere particolarmente interessante passare una vacanza intera in giro per musei. Meglio, quindi, scegliere una località che offra anche divertimento adatto alle varie età. Se scoprire nuovi posti è sempre bellissimo, è altrettanto vero che i più piccini i primi giorni potrebbero essere un po’ scombussolati dal cambiamento. Per questo motivo si consiglia di mantenere gli abituali orari di riposo, sonno e di pranzo e cena. Seguire ogni giorno la stessa routine – anche se si è al mare, al lago, in montagna – è la chiave per non destabilizzare troppo i figli e dare prevedibilità alla giornata.

Pronti a tutte le esperienze

Gli esperti consigliano di avere sempre con sé – nella borsa della mamma o nello zaino delle papà – colori, libri o giochini affinché i piccoli possano intrattenersi durante i tempi morti, ad esempio quando si aspetta di mangiare la ristorante. Se poi la destinazione e la struttura scelta lo consente, può essere bella per i bambini l’esperienza del mini club o junior club, con i loro coetanei, mentre i genitori prendono del tempo per loro.

Serenità e tranquillità in ogni momento della giornata 

Per vivere il momento del pranzo o della cena sarebbe utile avere accortezze quando si sceglie il ristorante o hotel come la disponibilità di sala pappe e biberonerie, menù vari per tutte le fasce di età, disposizione dei tavoli e, meglio ancora, se previsto uno spazio aperto con giardino in modo da godere di tutti i comfort. Allo stesso modo, si consiglia di non arrabbiarsi con i figli durante le vacanze e non essere esigenti nei compiti o letture di libri da portare a termine. Concedere ai figli uno stacco di qualche giorno dalla routine solita è importante per stimolare non solo la reattività ormonale, ma anche l’apparato immunitario.

Pandemia: quando si tornerà alla normalità post-Covid-19?

Dall’inizio della pandemia, il team Public Affairs di Ipsos indaga le opinioni degli italiani in merito all’emergenza Covid-19. In particolare, il livello di preoccupazione per le conseguenze, come e quando finirà la pandemia, il punto di vista sui vaccini e la campagna vaccinale, e le opinioni su Green Pass e Super Green Pass, e ora Ipsos ha pubblicato i risultati del 9° monitoraggio.
Già a dicembre 2021, il sondaggio internazionale Ipsos condotto in 33 Paesi, ha esplorato le prospettive degli intervistati sul tanto agognato ritorno alla normalità post-Covid. Da ormai oltre due anni il Covid-19 caratterizza infatti la nostra vita e le nostre attività quotidiane, e tutti ci stiamo chiedendo quando usciremo in via definitiva da questa pandemia globale.

Il peggio è ormai alle nostre spalle o deve ancora arrivare?

Secondo l’ultima rilevazione, il 12% degli intervistati dichiara che la pandemia è praticamente finita (-1% rispetto al mese scorso), il 48% (+3%) ritiene che il Covid-19 con le giuste precauzioni non rappresenti più una minaccia, il 29% (-3%) si reputa invece ancora attento, sostenendo che il virus rappresenti tuttora una minaccia, nonostante se ne parli di meno. Invariata invece la quota di italiani, pari a poco più di uno su cinque, che oggi vive il Covid come una minaccia ‘elevata o molto elevata’ per sé o per i propri familiari. Calano però di qualche punto quanti si ritengono maggiormente tranquilli, e aumenta la quota di mancate risposte al sondaggio. Quanti ritengono che il peggio della pandemia sia definitivamente alle nostre spalle restano poco meno del 60% (58%, -1%), i più pessimisti (‘il peggio deve ancora arrivare’) sono fermi all’8% e aumentano di 5 punti le mancate risposte.

I contagi stanno tornando a crescere?

Risale poi di qualche punto la previsione che nelle prossime settimane i contagi possano di nuovo tornare a crescere (44%, +4%), laddove il 39% (-8%) esclude l’eventualità, e anche in questo caso, aumentano le mancate risposte (17%, +4%). Dubbi in aumento anche riguardo all’orizzonte temporale in cui gli intervistati collocano in media la previsione della fine di ogni preoccupazione per il Covid-19. Sale infatti dall’11% al 20% la quota di mancate risposte: tra quanti si sbilanciano in una previsione diminuisce la media dei mesi indicati, tornando ai 16,2 mesi pronosticati ad aprile.

Ci sarà un’alta pandemia?

Scende inoltre di un paio di punti percentuali (15%) la quota di intervistati che dichiara di non conoscere nessuno che abbia contratto il virus in questi due anni e oltre di pandemia.
Ritenuta inevitabile da molti esperti virologi, gli intervistati continuano a dividersi tra quanti ritengono il mondo e l’Italia sufficientemente pronti ad affrontare una nuova pandemia e quanti, al contrario, sono pessimisti in proposito. Una quota che resta leggermente più alta rispetto agli ottimisti.

Sicurezza, aumentano i dispositivi Android non supportati

I terminali con sistema operativo Android rappresentano circa il 70% del mercato globale mobile, ma quando le versioni iniziano a diventare obsolete gli hacker possono approfittarne per ‘bucare’ le difese. Il più vecchio Android ancora supportato da Google è la versione numero 10, che raggiungerà la fine del suo ciclo di vita a settembre 2022. A quel punto, il 35% dei dispositivi con tale software sarà sprovvisto di aggiornamenti. Dal prossimo settembre, insomma, quasi un terzo degli smartphone con sistema operativo Android sarà a rischio sicurezza. Lo confermano gli esperti di Bitdefender, società di cybersecurity, che ha analizzato i dispositivi che eseguono Bitdefender Mobile Security su Android per capire la distribuzione del sistema operativo sull’intera gamma di smartphone, e il livello di effettiva sicurezza informatica.

“I dispositivi obsoleti e non supportati sono tra i migliori amici dei criminali informatici”

“Quando gli utenti scelgono un nuovo smartphone di solito considerano le dimensioni dello schermo, la facilità d’uso, la potenza di elaborazione, la qualità delle immagini e molte altre caratteristiche -spiegano gli esperti di Bitdefender -. Purtroppo, la durata del supporto del software in termini di sicurezza è raramente un fattore decisivo nella scelta. Se un produttore interrompe il supporto per un dispositivo, l’utente è libero di utilizzarlo, ma quando viene scoperta una vulnerabilità, l’azienda non applicherà più le patch, e sebbene il telefonino svolga ancora le sue funzioni, diventa estremamente vulnerabile. I dispositivi obsoleti e non supportati sono tra i migliori amici dei criminali informatici, soprattutto quelli ancora in uso”, riporta Ansa.

Google continua a supportare solo le ultime tre versioni

Fra pochi mesi quindi aumenterà il numero dei dispositivi non sicuri che si connettono a Internet. Uno dei problemi del sistema operativo Android è la frammentazione, in quanto Google ha rilasciato molte versioni di Android negli ultimi 14 anni e continua a supportare solo le ultime tre. A differenza di iOS, sono ancora in uso dispositivi con versioni Android lanciate anche dieci anni fa e sono molto più diffusi di quanto si possa immaginare. Gli utenti raramente considerano il supporto software quando acquistano uno smartphone e, in generale, finché non si guasta e ‘fa quello che deve’ il dispositivo non viene rottamato. A conti fatti, i vecchi dispositivi rappresentano una comoda porta di accesso per i malintenzionati.

Meglio passare a un dispositivo che riceve ancora le patch di sicurezza

Il dispositivo datato è una delle migliori risorse per il malintenzionato, riferisce Tuttoandroid.net, in quanto non riceve più le patch di sicurezza dal produttore e chi li utilizza di solito non perde tempo ad aggiornare il sistema operativo e le app installate. A parte considerare sempre il periodo di supporto per qualsiasi dispositivo al momento dell’acquisto, è buona norma controllare se uno qualsiasi dei dispositivi intelligenti presenti nella smart home esegue software non più supportato. Installare l’app Bitdefender Mobile Security sui dispositivi meno recenti è una buona idea, ma è sempre meglio passare a un dispositivo che riceve ancora le patch di sicurezza.

Deepfake: cosa sono e come riconoscerli?

I Deepfake si riferiscono comunemente a vari tipi di dati sintetici generati dal computer, che coinvolgono le persone e sono realizzati con reti neurali profonde. Può trattarsi di video, foto o registrazioni vocali. L’uso del deep learning, al posto delle tradizionali tecniche di editing delle immagini, riduce drasticamente lo sforzo e l’abilità necessari per creare un falso convincente, spiegano gli esperti di Kaspersky. Secondo alcune stime, il 96% di tutti i Deepfake è pornografico, evidenziando le preoccupazioni legate all’uso dei Deepfake per abusi, estorsioni e casi di pubblica umiliazione. Per questo, Google ha bandito gli algoritmi di Deepfake da Google Colaboratory, il servizio di calcolo gratuito con accesso alle GPU.

Una tecnologia al servizio del cybercrimine?

Diversi stati americani hanno leggi che li regolamentano, il progetto di legge cinese richiede l’identificazione dei dati generati al computer e il futuro regolamento UE sull’AI potrebbe includere una clausola su questa particolare tecnologia. In origine, il termine Deepfake si riferiva a un software che aveva guadagnato popolarità su Reddit, in grado di sostituire il volto di una persona all’interno di un video, e veniva utilizzato per creare porno non consensuali di alcune celebrità. Questa tecnologia potrebbe anche aiutare i criminali informatici. Gli algoritmi commerciali di rilevamento della vivacità, utilizzati dalle istituzioni finanziarie nelle procedure KYC, potrebbero essere ingannati da Deepfake creati a partire da fototessere, creando nuovi vettori di attacco e rendendo i documenti d’identità trapelati un problema ancora più grave.

Generare avatar realistici nel metaverso

Di fatto i Deepfake minano la fiducia degli utenti rispetto ai contenuti audio e video, in quanto potrebbero essere utilizzati per scopi malevoli. E diversi esperti e istituzioni, come Europol, avvertono che la crescente disponibilità di Deepfake può portare a un’ulteriore proliferazione della disinformazione su Internet. Ovviamente non esistono solo aspetti negativi. La CGI (computer-generated imagery) esiste da decenni, e viene utilizzata in diverse occasioni. Ad esempio, un algoritmo Deepfake è stato utilizzato anche per creare una serie virale su TikTok con protagonista un finto Tom Cruise. E alcune startup stanno cercando nuovi modi per utilizzare la tecnologia, ad esempio per generare avatar realistici nel metaverso.

Come riconoscerli?

I Deepfake potrebbero quindi essere difficili da riconoscere. Quelli utilizzati per le truffe tendono ancora a essere di bassa qualità, e possono essere individuati notando movimenti innaturali delle labbra, capelli non propriamente realistici, forme del viso non corrispondenti, battito di ciglia scarso o assente, e così via. Anche gli errori nella resa dei vestiti, o una mano che passa sul viso, possono rivelare un Deepfake amatoriale. Nel caso in cui un personaggio famoso o pubblico faccia affermazioni azzardate o offerte troppo belle per essere vere, anche se il video risultasse convincente, meglio fare un controllo incrociato delle informazioni, consultando fonti attendibili. Ma i truffatori possono intenzionalmente codificare i video per nascondere i difetti dei Deepfake creati, per cui osservare il video alla ricerca di indizi potrebbe non essere la strategia migliore.

Rapporto Europeo sulla Mobilità: i viaggi e la pandemia

Nel 2020, dopo l’impatto significativo della prima ondata di Covid-19, quelle successive hanno avuto un effetto sempre minore sul settore dei viaggi, con un numero sempre maggiore di persone che hanno deciso di prenotarne uno.
I dati di ogni Paese europeo mostrano che i cittadini di Regno Unito e Spagna hanno viaggiato molto più nel 2021 rispetto al 2020, mentre i dati di Germania e Italia suggeriscono maggiore cautela, con una crescita più lenta dei viaggi nel 2021.
Si tratta dei dati emersi dal Rapporto Europeo sulla Mobilità di Omio, la piattaforma di viaggio multimodale, condotto per valutare l’impatto della pandemia sul settore viaggi. Il report mostra alcune tendenze di viaggio, e in Italia la prima evidenza è che i viaggi hanno resistito alla pandemia. 

Meno voli e autobus più treni

Tra il 2019 e il 2021, secondo i dati Omio, il settore del trasporto aereo ha registrato un calo significativo dei voli a corto raggio (meno di 400 km).
In generale, gli spostamenti su lunghe distanze (oltre 800 km) sono diminuiti del 25% rispetto al periodo pre-pandemia, e quelli su distanze medio-lunghe (400-800 km) hanno registrato un -10%.
In pratica, i mezzi di trasporto sono stati colpiti in modo diverso. I treni, ad esempio, hanno assistito a una crescita del numero di passeggeri durante il periodo 2019-2021, mentre sono diminuiti quelli di voli e autobus.

Aumentano i viaggi all’interno del territorio nazionale

Rispetto ad altri Paesi, l’Italia ha registrato solo piccole variazioni percentuali nel numero di persone che viaggiano in base alla modalità: i viaggi in treno hanno registrato una variazione del 10% (in aumento o in diminuzione) e quelli in aereo sono calati solo del 30% nell’aprile 2020, mentre in tutti gli altri Paesi sono calati del 55-75%.
Nel complesso, si evidenzia un aumento consistente del numero di viaggi all’interno del territorio nazionale. Questo vale anche per l’Italia, dove, i viaggi internazionali si sono dimezzati nel periodo gennaio 2019-dicembre 2021. La Germania rappresenta l’unica eccezione in Europa.
Secondo lo studio di Omio, i viaggiatori hanno anche preferito esplorare i sentieri meno battuti rispetto alle destinazioni più popolari.

Prenotazioni last minute per viaggiare in “solitaria”

Ma con l’incertezza della pandemia, le prenotazioni all’ultimo minuto sono raddoppiate, con oltre il 20% dei viaggi prenotati il giorno stesso del viaggio.
Nel 2021, le prenotazioni last minute hanno raggiunto un picco del 25% circa, mentre nel 2019 era più vicino al 10%. Gli italiani sono stati quelli che hanno scelto di più il last minute, prenotando due o un giorno prima, se non addirittura il giorno stesso.
Dal momento che viaggiare in gruppo non era un’opzione percorribile durante la pandemia, molti hanno scelto di viaggiare in ‘solitaria’.
Tuttavia, i viaggi di gruppo sono in ascesa, e già da fine 2021 le due tipologie di viaggio hanno iniziato a registrare gli stessi numeri, anche se il rapporto 2 a 1 dell’estate 2019 è ancora lontano.